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Quando una madre uccide

Il tragico gesto di una donna, a Merano, ripropone la necessità di misure e campagne per non lasciare sole le più deboli.

Quando una madre uccide
Quando una madre uccide

Onofrio Dispenza

18 Settembre 2019 - 14.41


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Prima l’orrore alla notizia che il corpicino senza vita di un neonato era stato trovato per caso tra i rovi, in una scapata. A trovarlo, escursionisti che passeggiavano lungo una stradina di montagna. Il capo del piccolo coperto da un panno che era stato usato per spegnere la sua brevissima vita, poche ore. Non è stato difficile risalire a chi l’aveva partorito. La donna, una cittadina rumena. Fin qui l’orrore e lo sgomento giusto e legittimo per una madre che uccide la propria creatura.

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La lettura è semplice, il giudizio immediato e senza appello, naturalmente durissimo. Ma tutto non si può fermare ad una prima lettura, ogni cosa -anche e soprattutto quando è terribile – va riletta e riletta ancora. E dopo la lettura scrivere accanto alla condanna qualche pensiero capace di cogliere gli elementi tragici, lenire le ferite profonde che resteranno nel cuore e nella mente di chi ha dato la vita e poi ucciso. Ed ancora, sul piano civile, c’è da chiedersi perchè è accaduto e cosa sii potrebbe fare, si dovrebbe fare, perchè quel che si è ripetuto a Merano non accada più.

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La donna viveva in una stanza in affitto in un luogo di svago dove lei lavorava duro. Dietro quella maternità ci saranno state mille difficoltà, altre mille attese per una donna che aveva la vita difficile già senza essere madre. Maternità probabilmente non desiderata, venuta chissà in quali situazioni. Forse anche amore, forse no. Resta il fatto che un evento il più grande che la vita possa regalare, per quella donna è stato prima dramma, quindi tragedia. Quel che le è accaduto, quel che ha determinato lei, con le sue mani, è devastante come mille tsunami insieme, che ti investono, ti travolgono, ti spazzano via. Quando accade quel che è accaduto a Merano c’è sempre una profonda, immensa, colpevole solitudine. Se non si è soli non si fa quel che è stato fatto. Ora, tutto quel che sarà dopo quel corpicino tra i rovi, sarà solo maledettamente drammatico, difficilissimo: quando pensavi di essere indietro a tutti e a zero, ti ritrovi ancora più in fondo,distante dall’ultimo e sotto zero. E’ ora che la solitudine ha un peso immensamente pesante: il vuoto è un buco sanguinante. Una vita è stata violentemente spezzata sul nascere, un’altra si può perdere strada facendo, marchiata a fuoco.

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A fianco degli aspetti intimi, maledettamente drammatici, ci sono obblighi delle istituzioni e della politica. Non si fa tanto per dire anche alle donne più sole e sfortunate che se non ce la fai a reggere una maternità, ci sono leggi che ti possono aiutare. E occorre che le leggi a sostegno delle donne siano messaggio quotidiano, alto e forte. Tutte hanno il diritto di scegliere in libertà, e in condizioni economiche di libertà. E serve anche una campagna sui media per ricordare alle donne che se proprio non vuoi, puoi sempre partorire in una struttura pubblica e dire che la nuova creatura abbia una vita, una strada diversa, una casa, chi non aspetta altro.

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