Più forti della miseria, per questo il razzismo non vincerà

Riesce difficile, anche con l'aiuto del microscopio, individuare la differenza tra chi nasce e vive a Milano e tra chi nasce a Foggia e si trasferisce in Lombardia

Manifesti che ricordano il razzismo anti-meridionale di Salvini

Manifesti che ricordano il razzismo anti-meridionale di Salvini

Onofrio Dispenza 14 settembre 2019

La nostra vanità è più forte della miseria. Scippiamo al Gattopardo un passaggio della sua magnificenza. E mettiamo che qui la miseria sia quella di chi tende a dividere e a fare della categoria geografica, il Sud, una appartenenza da ghettizzare, da escludere. Gli episodi di discriminazione geografica, sommati a quelli razzisti, non si contano, è vero, sono diventati pane quotidiano, seppure amaro, indigesto perché coperto da muffe che possono dimostrarsi letali. La cronaca li conta, dopo averli cercati nelle pieghe del male. Ricerca spesso spasmodica, a volte discutibile quella giornalistica. Perché tirare fuori dal letame un episodio rischia di ficcare nella melma  - ingiustamente - tante altre realtà quotidiane di segno diametralmente diverso, opposto. Il quadro, a ben guardare, non è catastrofico. Razzismo ed esclusioni ci sono, ma a prevalere, alla fine, è la silenziosa maggioranza di chi conosce il bene e lo condivide.

Dicevamo degli episodi che la cronaca definisce di razzismo. Ora, siccome riesce difficile, anche con l'aiuto del microscopio, individuare la differenza tra chi nasce e vive a Milano e tra chi nasce a Foggia e si trasferisce in Lombardia, il "razzismo" manifesta la sua sostanziale, miserabile stupidità. Non ripercorriamo le tappe più recenti di questo stupidario, dall'affitto negato alla giovane foggiana alla lite di condominio conclusa con un categorico e insulso "Tornatene da dove sei venuta, terrona!". Episodi di miseria, avrebbe detto il Principe uscendo dalle pagine del Gattopardo, con al fianco il "forestiero" Chevalley, smarrito e confuso inviato di quella Torino che annunciava di cambiare tutto portando all'estremo Sud la presunta superiorità del Nord. 
Questo nostro razzismo è sterile perché unilaterale, è come quei frutti "bastardi", senza futuro. Unilaterale perché?
Avete mai vissuto l'ospitalità del Sud? Se l'avete vissuta avete già la risposta, se non l'avete vissuta sappiate che al Sud uno del Nord, arrivato tra le crepe arse di Terronia, resterà "soffocato" da una ospitalità estremamente opposta ad una miserabile esclusione. E nel concetto di ospitalità ci sono elementi non riconducibile soltanto al vitto e alloggio. Quell'ospitalità che nell'antica Akragas era incarnata da Gellia, passato alla storia perché felice di porsi alle porte della città in attesa di chi arrivava da lontano e da Sud. Per loro, il meglio della casa.


Perché come nell'antichità e nel più recente passato, oggi come ieri, nella case del Sud l'ospite è un misto di sacro e regale, omaggiato del meglio e del tanto, frastornato dal bello, fasciato dai sorrisi e dagli abbracci e dall'opulenza capace di imporsi anche tra pareti povere. Oro, incenso e mirra, o quasi. Perché miseria e miserabili si stordiscono e vincono con il bello e il buono.


Per questo, vuoi o non vuoi, la stagione del razzismo e dell'esclusione è destinata ad essere raccolta come si fa con le briciole quando si sparecchia dopo una cena da favola. Una paletta e via, nella spazzatura.