A 18 anni dal G8 Amnesty insiste: codici identificativi per le forze di polizia

La Ong: "molti dei responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani commesse nel G8 sono sfuggiti alla giustizia, restando di fatto impuniti perché mai identificati"

Amnesty chiede il codice identificativo per le forze di polizia

Amnesty chiede il codice identificativo per le forze di polizia

globalist 20 luglio 2019

La morte di Carlo Giuliani, le violenze di Genova, i tanti casi di picchiatori in divisa rimasti senza nome e la cui impunità è anche un danno all'immagine della stragrande maggioranza di poliziotti, carabinieri e finanzieri che fanno il loro dovere nel pieno rispetto delle leggi.


Per questo Anmesty Internazional nell'anniversario della morte di Carlo Giuliani ha rilanciato l'appello per il codice identificativo per le foprze di polizia.
"Diciotto anni dopo il G8 di Genova del 2001 - ha scritto amnesty - molti dei responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani commesse in quell’occasione sono sfuggiti alla giustizia, restando di fatto impuniti.
In parte, il motivo è legato all’impossibilità di identificare gli esecutori materiali da parte dell’autorità giudiziaria.
Negli anni successivi, altri casi di persone che hanno subito un uso sproporzionato della forza durante manifestazioni o assemblee pubbliche, chiamano in causa la responsabilità di appartenenti alle forze di polizia.
Per porre fine alle violazioni dei diritti umani che vedono un coinvolgimento delle forze di polizia e riaffermare il ruolo centrale di queste nella protezione dei diritti umani, è essenziale che le lacune esistenti vengano al più presto colmate.
Tra queste ci sono i codici o numeri identificativi individuali, elemento importante di accountability; il fatto che i singoli agenti e funzionari siano identificabili è un messaggio importante di trasparenza che mostrerebbe la volontà delle forze di polizia di rispondere delle proprie azioni e allo stesso tempo accrescerebbe la fiducia dei cittadini.
La richiesta è quella di esporre un codice identificativo alfanumerico sulle divise e sui caschi per gli agenti e i funzionari di polizia (senza distinzione di ordine e grado) impegnati in operazioni di ordine pubblico.
Ciò avrebbe un duplice effetto di trasparenza: verso i cittadini, che saprebbero chi hanno di fronte, e a garanzia di tutti gli agenti delle forze dell’ordine che svolgono correttamente il loro servizio.
Paolo Scaroni, un tifoso del Brescia, il 24 settembre del 2005 è stato vittima di una violenta aggressione delle forze di polizia che lo ha tenuto in coma per i due mesi successivi e lo ha reso invalido al 100% per tutta la vita.
Quel giorno Paolo, ultrà del Brescia che oggi ha 41 anni, era andato ad assistere a una partita di calcio, il ritorno a casa fu per lui fatale.
Dopo la partita, i bresciani vennero scortati in stazione, dove si scatenò l’inferno: tre cariche della celere, violentissime.
Paolo ne uscì con la testa fracassata: salvato dagli amici, si rialzò, vomitò e svenne. Alle 19,45 entrò in coma.
In 13 anni Paolo non è riuscito ad avere giustizia: i nomi dei suoi aggressori non sono mai emersi, i colpevoli che hanno distrutto la sua vita e i suoi ricordi non sono stati riconosciuti perché – appunto – non erano identificabili da nessun elemento e quella sera avevano il volto coperto.
Il 25 giugno, i giudici della Corte d’appello di Venezia, hanno confermato l’assoluzione per insufficienza di prove degli agenti del reparto Mobile della Questura di Bologna accusati di aver massacrato di botte il tifoso del Brescia
Quanto accaduto a Paolo conferma, ancora una volta, come una maggiore trasparenza non possa che facilitare l’accertamento delle responsabilità e prevenire episodi gravissimi come questo, oltre che accrescere la fiducia complessiva nell’operato degli agenti.
Sosteniamo con forza l’introduzione di ogni strumento, a partire dai codici identificativi fino alle bodycam, per raggiungere tali obiettivi"