In Sicilia una "tazza pistola" in vendita, segno dei tempi e del baratro vicino

In un'edicola dell'aeroporto di Catania, in vendita, una tazza con il manico a forma di pistola: un implicito culto del crimine di bassa lega

Le tazze pistola

Le tazze pistola

Onofrio Dispenza 15 luglio 2019

Pochi giorni e ancora una volta ricorderemo la strage che uccise Paolo Borsellino. Alle spalle, il ricordo recente della strage che uccise Giovanni Falcone. Tanti anni passati, tante complicità di Stato e tanti misteriancora non attaccati alla parete delle responsabilità dai chiodi della verità... Gli anniversari sono una insidia per la memoria, il tempo, se infiacchito dall'assenza di verità - lo sappiamo - sbiadisce le foto degli eventi, il senso dell'accaduto. Tra un ricordo e l'altro, alla vigilia del nuovo anniversario della strage di via d'Amelio, strage che era prevedibile, prevista, quasi scontata, e da Paolo attesa con cristiana serenità e con rabbia civile; alla vigilia di via d'Amelio, un episodio apparentemente minore mi ha fatto riflettere sul terreno perduto dalla Sicilia e dai siciliani da quell'estate del '92 che doveva segnare - e in parte segnò, solo nello sconquasso emotivo del momento - un prima e un dopo nella Storia dell'Isola e nel percorso civile e sociale dei siciliani. Dicevo del piccolo episodio.


Qualche giorno addietro mi sono ritrovato all'aeroporto di Catania. In attesa del bus per proseguire i mai facili viaggi nell'Isola, sono stato un pò a guardare le vetrine. Mi sono fermato davanti alla vetrina di un'edicola con souvenir, nello spazio degli arrivi. Ed ho visto delle lugubri tazze da latte, nere con sopra impressa l'immagine del Padrino cinematografico. Fin qui, cattivo gusto già visto. Quel che mi ha impressionato è stato il manico della tazza: era l'impugnatura di una pistola. In pratica, per sorseggiare il thè o il latte, si doveva alzare la tazza impugnando il calcio di una pistola. Il massimo del cattivo gusto, l'inimmaginabile dell'osceno, l'assenza di garbo civile esasperato e sfacciato, un implicito culto del crimine di bassa lega e il segno di un resistente, diffuso pensare mafioso che si pasce di questo come dei messaggi espliciti di certi cantanti neo melodici. E di tant'altro ancora che galleggia nella nostra quotidianità come elementi di una fogna che è scoppiata e che si è riversata col suo nero putrido in mare. Con l'immagine di quelle "tazze pistola" negli occhi, ho poi sintetizzato alcuni eventi di cronaca di queste ore per tirare una somma sconcertante, sconfortata e inquietante. Gli episodi di cronaca? I pulcini dei boss a bordo di un suv che falciano la vita di due bambini innocenti, gli stessi funerali macchiati dalla presenza di una ditta di onoranze funebri in odore di mafia, il sequestro, sempre a Vittoria di un edificio che ospitava ed ospita il commissariato e che è riconducibile, in parte, ad un mafioso. E tant'altro ancora che preferisco dare per letto, perchè addolora. La considerazione seguente? La somma delle cose dette? Il totale di tutti questi elementi? La Sicilia e i siciliani hanno fatto pericolosi, veloci passi indietro. E indietro c'è il baratro che si avvicina inesorabilmente. Miseria civile e povertà, rischio che la fune col resto d'Europa diventi così sottile da spezzarci e lasciare isola e isolani alla deriva. 


Coscienza civile e indignazione civile sono ricordi sbiaditi, sono quelle foto che è ormai difficile da interpretare. In questo, c'è una enorme responsabilità delle forze politiche "democratiche", che non hanno saputo raccogliere gli straordinari frutti maturati nel lutto delle stragi. Non li hanno raccolti. Poi non hanno saputo leggere e coinvolgere il tanto di buono che c'era e che, man mano, è rimasto un arcipelago di resistenze, ora individuale, ora di gruppo, ma sempre sostanzialmente "a parte". La politica delle forze democratiche non è stata all'altezza, visibilmente alternativa. Non ha attratto, non ha coinvolto il meglio. Due strade mai convergenti. E così, una frana dopo l'altra, la tenuta civile della società è venuta a mancare. Tante piccole crepe, e poi nel terreno franato è stato gioco facile l'insediamento politico del nulla ed anche dell'oltraggioso. Grillini prima, leghisti dopo hanno potuto vendere le loro pentole visibilmente di scarsa lega, una truffa. La politica che fa il paio con lo sconnesso civile. Allora, tutto perduto, non ci resta che bere nell'amara tazza del Padrino premendo il grilletto? No, non c'è nulla che possa essere considerato irrimediabilmente perduto. C'è un arcipelago di resistenze che attende d'essere conosciuto. Ma bisogna cominciare. E' come quando si recupera, tra i rovi, un corpo che appare senza vita, caduto da un dirupo. Prima si ascolta il cuore, si sentono i polsi. Se ci si accorge che c'è vita, si lavano le ferite del corpo martoriato, si toglie il sangue dal viso  e si comincia la rianimazione. Ecco, la Sicilia è quel corpo tra i rovi. Il soccorso deve essere la costruzione di un progetto politico e civile che adesso manca, che è mancato per un tempo irresponsabilmente lungo. 


Si cominci togliendo quella "tazza pistola" da quella vetrina. "Una pistola in vendita è frutto di una certa situazione...di ignoranza", diceva la canzone sigla di uno sceneggiato televisivo del '70, tratto dall'omonimo romanzo di Graham Greene. Si liberi quella vetrina, per cominciare la rianimazione.