La morte di Giuseppe Uva e la storia di un paese civilmente incompiuto

Ci hanno insegnato che in un Paese civile le sentenze della magistratura vanno rispettate. Ma anche che in un Paese civile la ricerca della verità e la giustizia sono valori fondanti, imprescindibili

Le sorelle di Giuseppe Uva mostrano le foto del fratello

Le sorelle di Giuseppe Uva mostrano le foto del fratello

Giuseppe Costigliola 12 luglio 2019
Una tremenda aporia: la sentenza della Cassazione sul caso della morte di Giuseppe Uva
Con una sua sentenza la Cassazione ha messo una pietra tombale sulla ricerca della verità sulla morte di Giuseppe Uva. I colpevoli di quella morte non sono stati trovati.
Ci hanno insegnato che in un Paese civile le sentenze della magistratura vanno rispettate. Ma ci hanno anche insegnato che in un Paese civile la ricerca della verità e l’applicazione della giustizia sono valori fondanti, imprescindibili. Dunque, questa sentenza crea un’aporia. Siamo davanti ad una difficoltà logica, che non ammette soluzione.
Questi i fatti. Nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 Giuseppe Uva, operaio 43enne di Varese, probabilmente in stato d’ubriachezza, s’era messo a spostare delle transenne in Via Dandolo, nel centro cittadino. Uditi gli schiamazzi, i residenti avevano chiamato le forze dell’ordine. Sul posto erano accorse tre volanti, una dei carabinieri, due della polizia. Uva era stato fermato e tradotto in caserma, secondo i verbali vi era arrivato alle 3.50 insieme all’amico Alberto Biggiogero. Sempre secondo i verbali, alle 4.11 sul posto era arrivata la Guardia medica, allertata dai carabinieri, la quale aveva deciso di sottoporre Uva a un trattamento sanitario obbligatorio. Alle 5.45 l’uomo veniva trasferito in ospedale. Verso le dieci del mattino, Giuseppe Uva moriva.
Lucia Uva ha sempre sostenuto che il corpo del fratello Giuseppe restituito ai familiari era quasi irriconoscibile, presentava tumefazioni e ferite, aveva i testicoli tumefatti e l’ano presentava tracce di sangue. In seguito alla denuncia da loro sporta, fu istituito il primo processo, dove sei poliziotti e due carabinieri vennero imputati con l’accusa di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona. Il processo si chiuse a metà del 2012, con l’assoluzione di un medico accusato di omicidio colposo, e la richiesta del magistrato che seguiva il caso di svolgere ulteriori indagini. Risultava infatti strano che Uva fosse stato portato in caserma, visto che per gli schiamazzi notturni è prevista solo una multa, e che non fosse stato redatto alcun verbale d’arresto. Non si spiegava perché fosse stato trattenuto così a lungo, e non era chiaro cosa fosse successo nel tempo intercorso tra il fermo e il ricovero in ospedale.
Nel 2013, dopo cinque anni dalla morte di Giuseppe Uva, con inspiegabile ritardo la procura ascoltò Alberto Biggiogero, l’amico di Uva presente la notte del fermo. Questi dichiarò che quella notte uno degli agenti aveva detto ad Uva: “Proprio te cercavo, Uva”, frase spiegabile col fatto che l’operaio si vantava in giro di aver avuto una relazione con la moglie dell’agente in questione. Dichiarò inoltre che i carabinieri avevano picchiato Uva prima di caricarlo in macchina, e probabilmente anche in caserma, poiché aveva sentito l’amico, chiuso in una stanza con gli agenti, gemere di dolore. Quindi aveva chiamato un’ambulanza, ma il 118, stando alle deposizioni, non era arrivato, poiché aveva richiamato i carabinieri e questi avevano riferito che non c’era alcun bisogno di aiuto. Inoltre, durante il ricovero aveva sentito dire a Uva “Mi hanno picchiato”.
Nell’aprile del 2016 il secondo processo si chiuse con l’assoluzione degli indagati, sentenza confermata in appello due anni dopo. A parere dei giudici, le forze dell’ordine erano esenti da colpe, le ferite sul corpo dell’operaio erano dovute ad atti di autolesionismo causati da una “tempesta emotiva”, scatenata dallo stress e dallo stato di ebrezza in cui si trovava la vittima.
Giorni fa la sentenza della Cassazione ha posto termine ad un iter giudiziario a dir poco tortuoso, dove tra le altre cose il magistrato incaricato di seguire il caso, Agostino Abate, è stato sottoposto ad un’azione disciplinare per non aver indagato a dovere sulla vicenda (in particolare, non aveva indagato su eventuali responsabilità delle forze dell’ordine). Negli anni, poi, Biggiogero aveva in parte ritratto la sua testimonianza. Sentenza: Uva sarebbe morto a causa di una patologia cardiaca, per lo stress causato dallo stato di fermo e dallo stato di ebrezza in cui si trovava.
Le analogie di questo caso con quelle di numerose consimili vicende, ultima delle quali quella di Stefano Cucchi, appaiono lampanti: un uomo viene fermato dalle forze dell’ordine, viene tradotto in caserma, ne esce cadavere, o muore in ospedale, il corpo sfigurato. Le perizie e i verbali redatti per le indagini presentano zone d’ombra, imprecisioni, incongruenze, contraddizioni, le indagini sono costellate da tentativi di depistaggi, inquinamenti delle prove. Le sentenze non di rado si avvitano su contorcimenti logici (come non ricordare quella del giudice D’Ambrosio sulla morte di Giuseppe Pinelli, secondo il quale lo stress degli interrogatori, le troppe sigarette a stomaco vuoto, il freddo proveniente dalla finestra avrebbero causato un malore a Pinelli, che invece di accasciarsi come nel caso d’un collasso avrebbe subito un’alterazione del “centro d’equilibrio”, che causò la caduta), i colpevoli rimangono ignoti.
Qualche mese fa è stato ripubblicato un libro-indagine di Corrado Stajano che fece epoca, sul caso di Franco Serantini, un giovane di vent’anni massacrato di botte da agenti di polizia, a Pisa, deceduto in seguito alle sevizie. Era il 1972. Tre anni prima c’era stata la morte di Giuseppe Pinelli, precipitato dalle finestre della Questura di Milano, dov’era illegalmente trattenuto. Nel 2005 quella del giovane di Ferrara Federico Aldrovandi, morto in seguito alle percosse di quattro agenti di polizia, accertate in sede penale, anche se tra indulti e decreti svuota-carceri gli imputati hanno scontato appena una manciata di giorni della pena loro inflitta, per poi essere reintegrati nelle forze di appartenenza. Senza dimenticare, naturalmente, i terribili fatti di Genova, nel 2001.
Alla luce di questi e di altri, troppi fatti simili, risuonano sinistre le parole di Stajano: «La Costituzione non è andata al di là delle garitte delle caserme». E noi, cittadini di questo Paese civilmente incompiuto, la cui storia è insudiciata da episodi criminosi mai chiariti, continuiamo ad assistere annichiliti a questo scempio.
Ormai, ai familiari di Giuseppe Uva, alle persone che si ostinano a lottare per la verità, non rimane che rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Per ottenere un brincello di giustizia. Per sciogliere una tremenda aporia.