Quando Vittorio Emanuele rifiutò di respingere i fascisti che marciavano su Roma

Il 2 giugno, festa della repubblica, parte da lontano. Ossia dal 28 ottobre 1922 quando arrivarono le camicie nere di Mussolini

Mussolini e la marcia su Roma

Mussolini e la marcia su Roma

Giancarlo Governi 1 giugno 2019

I francesi hanno il 14 Luglio (le Quatorze Juillet) che ricorda la presa della Bastiglia, il primo atto della loro grande Rivoluzione. È la loro grande festa popolare. Io vi assistetti per la prima volta quando non avevo ancora venti anni, a Parigi, e fu per me una grande emozione che mi fece capire che cosa era una vera festa popolare urbana con profonde radici civili. La gente ballò per tutta la notte nelle piazze e nelle piazzette, fino allo sfinimento con orchestrine improvvisate o con il semplice organetto di Barberia. Le bottiglie di vino e di pernod viaggiavano a vagoni insieme agli amori nuovi che nascevano sulle macerie di quelli vecchi. Giorgio Amendola nel suo bellissimo libro “Una scelta di vita”, dove racconta la sua storia di ragazzo esule da un paese e da un regime che gli aveva ucciso suo padre, si sofferma sulla descrizione di un ballo in piazza per il 14 Luglio in cui conobbe la donna che diventerà sua moglie.
Noi avevamo la nostra festa della Repubblica ed era il 2 giugno, il giorno in cui gli italiani, nel lontano 1946, in un Referendum popolare, licenziarono il re e decisero di diventare una Repubblica. Una trentina di anni fa un governo (non ricordo quale ma se mi dovessi buttare a indovinare direi Andreotti che è la Juventus della politica: quello che ha presieduto più governi) decise che il 2 giugno era una festa superflua, come il Corpus Domini, l’Ascensione e altre feste religiose. Per cui la festa che aveva stentato a radicarsi nel costume nazionale fu praticamente dimenticata. Ci pensò il Presidente Ciampi, che voleva ridare dignità alla Patria e anche ai suoi simboli (come la bandiera o l’inno nazionale), a ripristinarla.
La storia del 2 giugno parte da lontano. Io penso che parta da quel fatidico 28 ottobre del 1922 quando il re Vittorio Emanuele si rifiutò di firmare lo stato di assedio della città di Roma che gli proponeva il primo ministro Facta, per respingere le camicie nere di Mussolini che stavano per marciare sulla città e prendere il potere. Sarebbe stata sufficiente una sventagliata di mitragliatrice o forse soltanto qualche squillo di tromba per rimandarle indietro ma il re non solo si rifiutò ma destituì lo stesso Facta e dette l’incarico di formare un nuovo governo all’assediante Mussolini. “Tanto durerà poco” pare abbia detto il re. Mussolini durò più di venti anni e re Vittorio (detto anche re Pippetto, per la sua piccola statura e Sciaboletta, per quella spada più grande di lui che portava sempre al fianco) di firme tragiche ne metterà molte, come quelle sulle sospensioni delle garanzie democratiche e costituzionali, come quella sull’istituzione dei tribunali speciali, come quella, la più vergognosa, sulle leggi razziali e come quella, la più tragica, sulla dichiarazione di guerra.
Per questi motivi Casa Savoia, che pure aveva unificato l’Italia, perse il regno. Vittorio avrebbe potuto salvarlo ancora l’8 settembre 1943 se non fosse fuggito dalla Capitale lasciandola insieme al resto del Paese nelle mani dei nazisti, con l’esercito allo sbando.
Lo avrebbe salvato se soltanto avesse lasciato a Roma suo figlio Umberto, l’erede al trono, a combattere con i pochi disperati che avevano deciso di difendere Roma, come lo stesso Umberto chiese ripetutamente a suo padre. Avremmo avuto un principe partigiano che avrebbe fatto dimenticare agli italiani le malefatte di suo padre. Ma Vittorio si comportò ancora una volta in maniera ottusa. Se muore Umberto, l’unico maschio della famiglia, ragionò, i Savoia perdono il regno che passerebbe ai cugini Aosta. Non pensava, il tapino, che oramai aveva già perso tutto.
Dopo la guerra e la Liberazione si fecero i conti. E gli italiani che per oltre 20 anni non avevano deciso mai niente furono chiamati alla decisione suprema: Repubblica o Monarchia.
Re Vittorio che subito dopo la Liberazione aveva nominato suo figlio Umberto reggente, avrebbe avuto qualche chance ancora se avesse invece abdicato, ma lo fece soltanto un mese prima del referendum, per cui Umberto regnò soltanto trenta giorni e per questo fu chiamato il re delle banane (un frutto che dura soltanto un mese).
La consultazione elettorale, la prima della storia d’Italia a suffragio universale vero (a cui partecipano cioè tutti i cittadini maggiorenni, senza distinzione di sesso), in una Italia distrutta, fu molto faticosa ma gli italiani, dopo una campagna elettorale infuocata, risposero con grande civiltà recandosi alle urne serenamente e con entusiasmo. Vinse la Repubblica con due milioni e mezzo di voti in più.


I monarchici contestarono a lungo il risultato: troppe schede annullate, dicevano ma se pure, per assurdo, tutte le schede annullate fossero state attribuite alla Monarchia, la Repubblica avrebbe comunque vinto con mezzo milione di scarto.


Si creò comunque uno stato di tensione pericoloso a cui pose fine lo stesso Umberto, il quale dette una lezione di stile a suo padre. Raccolse le sue cose, radunò la sua famiglia e si recò in esilio in Portogallo, dove visse ancora una quarantina di anni, con grande dignità, sconvolto dalla nostalgia per la patria perduta.
Oggi, a distanza di tanti anni, quando la Monarchia è soltanto un pallido ricordo, sarebbe bene ricordare, proprio nel giorno in cui si festeggia la Repubblica, questo Re (lo voglio scrivere con la maiuscola) che regnò soltanto un mese ma che con la sua dignità e il suo silenzio seppe servire ancora il suo Paese. Dando una lezione di stile e di dignità al suo indegno padre.