Da Viterbo a Mandura, ecco la 'peggio gioventù'

Se il fascismo è davvero un male culturale, una malattia subdola, una infezione, si può ben dire che ad unire i due giovani di Viterbo alla banda di giovani di Madura è un filo nero

Francesco Chiricozzi, consigliere di Casapound, arrestato

Francesco Chiricozzi, consigliere di Casapound, arrestato

Onofrio Dispenza 30 aprile 2019
Se il fascismo, ancor prima di essere la recidiva di un cancro politico, è davvero un male culturale, una malattia subdola, una infezione, si può ben dire che ad unire i due giovani di Viterbo alla banda di giovani di Mandura è un filo nero sostanzialmente "fascista", che ha come base culturale gli elementi cardine di quel "pensiero": violenza, prepotenza, disprezzo, autoesaltazione e tutte le altre componenti del mix che ha sporcato la Storia e macchia i nostri giorni. 
Non è una forzatura, basta leggere con attenzione la cronaca delle due terribili vicende.
Cominciamo da Viterbo. Intanto colpiscono le parole dei legali dei due giovani di CasaPound in carcere per avere picchiato e stuprato una donna. "Essendo due ragazzi di 19 anni, sono molto provati - han detto i legali - sono sotto choc...Sono stati travolti da questa situazione…". Ebbene, comprensibile che i due giovani stupratori fascisti siano difesi dai loro legali, ancor prima ovvio che i due abbiano diritto a difendersi in nome di quelle basi di diritto che i due e la loro CasaPound disprezzano e che invece la democrazia deve sempre far valere. Meno comprensibile che i due legali si siano spinti così tanto con le parole. Sembra quasi che abbiano voluto dire che i loro difesi in fondo sono ragazzi, che quel che hanno fatto è stata una ragazzata, travolti, quasi vittime di questa "situazione". Dove "situazione" sta per crimine orrendo e vigliacco.  
Lasciate le parole dei legali, andiamo a quel che emerge delle cose dette dai due baldi fascisti. Nelle registrazioni in mano a magistrati e investigatori, insulti e bestemmie, parole urlate "beffarde e sprezzanti". Dal "Divertiamoci un po'", che sta per "Ora ti violentiamo, dopo averti picchiata perché noi di te facciamo quel che vogliamo…", ai telefonini alla mano, a documentare il crimine, preoccupati solo di come venivano in video, quasi stessero a fare un selfie come tanti. "Nun ce semo", quando vedevano di restare fuori dall'inquadratura, e "Cazzo, nun se vede niente…", quando inquadravano la donna picchiata e violentata per offrirla poi in chat, ignobile trofeo, col quale magari vantarsi, l'indomani, coi camerati. Non un dubbio. Volti da adulti, sagomati ad un modello preciso. Automi della violenza.
Se in questo Paese proviamo a cercare e raccontare la "meglio gioventù", i due di Viterbo si impongono come la "peggio gioventù". E da Viterbo a Mandura il viaggio e breve.          Antonio Cosimo Stano era stato un operaio, aveva lavorato all'arsenale di Taranto, quella Taranto martoriata e violentata da scelte economiche scellerate e assassine. Antonio non stava bene, la vita dura gli aveva procurato un disagio col quale doveva fare i conti ogni giorno. Disagio e solitudine calpestati da una banda di giovani "annoiati", fiancheggiati dall'omertà e dall'indifferenza di chi vedeva, sentiva e non denunciava. Sappiamo come è finita. Antonio Cosimo Stano, pensionato dell'Arsenale di Taranto è morto pestato, fatto a pezzi dalle botte dei giovani, liberato dalla vita di merda che era costretto a tirare avanti dopo 18 giorni di calvario in ospedale, con inutili interventi, operazioni che non lo hanno strappato alla morte. Antonio aveva chiesto più volte aiuto, aveva urlato, non aveva denunciato per paura di altre violenze. Se avesse avuto qualcuno al fianco, avrebbe potuto farlo. Invece, silenzio attorno a lui e altra violenza quotidiana di quella banda di giovani. Lui, solo e incapace di difendersi, diverso, spremuto da una vita di lavoro e poi dalle difficoltà della vita di pensionato, e dal deserto attorno al suo disagio.
Per lui, solo le botte della "peggio gioventù" e la morte come liberazione.