La 'pacchia' di Gaye Demba, migrante disperato che si è tolto la vita

Il giovane del Gambia era ospite di una struttura della diocesi dopo aver vissuto a lungo negli scantinati. Il dolore del vescovo Nosiglia: "Una vita di violenze e soprusi".

Migranti

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globalist 6 aprile 2019

Pacchia, telefonini, scarpe firmate. I luoghi comuni razzisti sono tanti, la realtà è molto diversa. Drammatica.
"Il suo gesto obbliga tutti quanti a riflettere sulle ferite interiori che hanno segnato profondamente Demba e molti altri immigrati". Cosi' il vescovo di Torino, monsignor  Cesare Nosiglia interviene sul suicidio di Gaye Demba, un 28enne originario del Gambia, che aveva vissuto negli scantinati dell'ex Moi e che ora era ospitato in una struttura della diocesi. 
"Questo ragazzo - ha sottolineato Nosiglia - è giunto nel nostro Paese dopo aver subìto violenze e soprusi molto pesanti che hanno minato profondamente la sua vita, provocando fragilità che purtroppo si sono manifestate nel suo gesto estremo.Sono le stesse ferite, le medesime fragilità a cui ciascuno di noi è esposto".


"Ferite e fragilità che non dipendono dal colore della pelle né dal passaporto o dal conto in banca", ha aggiunto Nosiglia ricordando che nell'ultimo anno e mezzo era stato seguito da una équipe di persone e professionisti che "hanno fatto tutto quanto possibile per offrire a questo giovane ragioni positive ma purtroppo non è stato sufficiente".
"Chiedo a tutti di contribuire a far crescere nella nostra città un clima che non sia né di odio né di rifiuto né di paura, ma sia invece di reciproca accoglienza, attenzione e rispetto".