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Il giudice Barelli: "Non abbiamo incarcerato Mechaquat: chiediamo scusa alla famiglia Leo"

Said Mechaquat non avrebbe dovuto essere a piede libero: l'uomo era stato condannato a un anno e sei mesi per maltrattamenti in famiglia con una sentenza, diventata definitiva.

Stefano Leo
Stefano Leo

globalist

5 Aprile 2019 - 10.45


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“Come rappresentante dello Stato mi sento di chiedere scusa alla famiglia di Stefano Leo. Non consento di dire che la Corte d’appello sia corresponsabile dell’omicidio”. Lo dice il presidente della Corte d’Appello di Torino, Edmondo Barelli Innocenti, sulla mancata carcerazione di Said Mechaquat. 
Il caso. Sulla circostanza per cui Said Mechaquat,  il ventisettenne che si è consegnato alle forze dell’ordine, a Torino, confessando l’omicidio di Stefano Leo, si trovasse in libertà, il ministero della Giustizia non ha proceduto al momento all’invio degli ispettori per valutare il caso ma sta studiando la vicenda e acquisendo informazioni. Non è escluso – secondo quanto apprende – che possa attivarsi nelle prossime ore.

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Said Mechaquat non avrebbe dovuto essere a piede libero: l’uomo era stato condannato a un anno e sei mesi per maltrattamenti in famiglia con una sentenza, diventata definitiva, che per lui comportava la carcerazione. Secondo fonti interpellate dall’ANSA, ci sarebbe stato un ritardo, o un intoppo, nella trasmissione dei documenti dalla Corte d’appello alla procura presso il tribunale.

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Said non aveva ottenuto la condizionale per via dei suoi precedenti. Inoltre non aveva diritto a chiedere subito misure alternative per via del coinvolgimento di un minorenne nella vicenda. La condanna di primo grado, del 2015, era diventata irrevocabile perché il ricorso era stato giudicato inammissibile dalla Corte d’appello.

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