In fondo ce la cerchiamo: per Severgnini la colpa è delle donne che si fanno scattare foto porno

Ha scritto un pezzo senza rendersene conto in linea con una tendenza culturale che affligge da secoli il mondo femminile suggerendo all'opinione pubblica che quando a una donna capitano cose spiacevoli in fondo "se l'è cercata"

Revenge porn

Revenge porn

Claudia Sarritzu 17 marzo 2019
Oggi sul Corriere.it ho letto un pessimo Beppe Severgnini. Sarà che mi è sempre stato simpatico anche perché adora la Sardegna e noi sardi siamo un po' così: ci piacciono quelli a cui piaciamo. Ma questa volta per riavere la mia stima dovrà ammettere di aver sostenuto un'idea pericolosa.  
Il collega ha scritto un pezzo abbastanza bigotto e senza rendersene conto in linea con una tendenza culturale che affligge da secoli il mondo femminile suggerendo all'opinione pubblica che quando a una donna capitano cose spiacevoli in fondo in fondo "se l'è cercata". La frase incriminata è questa: Certe fotografie non si scattano: punto. Se qualcuno ce lo chiede è incosciente, ingenuo o malintenzionato. Una foto, un filmato condivisi dentro una coppia sono già su due smartphone, due spazi cloud e chissà quanti server. Non è necessaria la malizia, e neppure la volontà: bastano la distrazione, il caso o l’errore perché quelle immagini sfuggano e inizino un percorso che può portarle dovunque. Faccio il giornalista da quarant’anni e lo scrittore da trenta: ho condiviso migliaia di immagini private (per amore, per affetto, per amicizia, per lavoro, per cortesia). Ma prima di premere «invia» mi chiedo sempre: se questa foto diventasse di dominio pubblico, sarebbe un problema (per me, per altri)? Se la risposta è «sì», o soltanto «forse», meglio non inviare.
Insomma la colpa è di noi donne, perché ovviamente siamo solo noi donne quelle che rischiano il revenge porn finché la mentalità sulla sessualità maschile e femminile non cambia. Cosa intendo dire? Che se finiscono sul web dei video di uomo intento a fare sesso nessuna e nessuno si scandalizza. L'uomo non avrà la vita rovinata, la donna s, e il suicidio di Tiziana Cantone è la prova. Il caso vergognoso di Giulia Sarti dunque ci insegna un'altra cosa: che anche i giornalisti vicini alla Sinistra e che si spendono in favore delle donne si mostrano per quello che sono. Ossia affetti anch'essi, come me e voi, come tutta la società, della grave malattia del maschilismo. Che è qualcosa di terribile e mortale per un Paese che si autodefinisce evoluto. 
In sostanza per Severgnini invece che occuparci degli stupratori, perché chi in tempo di "pace" mi filma in situazioni intime e poi abusa della mia persona pubblicando quelle immagini è uno stupratore, ci dobbiamo occupare di Lei che ingenua o in cattiva fede ha accettato di fare quegli scatti. 
A Beppe rispondo così: quando Golda Meir era la premier di Israele, un ministro le chiese di imporre un coprifuoco per le donne, per porre fine a una serie di stupri.
Lei rifiutò e disse: “Sono gli uomini che attaccano le donne – se c’è un coprifuoco, che stiano a casa gli uomini”. Ci siamo capiti?