Mafia e la droga per la 'Palermo bene": 32 arresti per spaccio e estorsioni

Armi, droga, aggressioni ed estorsioni: sono i reati scoperti dai carabinieri di Palermo messi in atto da 32 persone accusate di crimini mafiosi. I clienti erano imprenditori e gente facoltosa.

Mafia: 32 arresti per spaccio e estorsioni

Mafia: 32 arresti per spaccio e estorsioni

globalist 12 marzo 2019
Trentadue persone appartenenti al clan siciliano di Porta Nuova sono state arrestate dai carabinieri di Palermo, in seguito ad una lunga inchiesta della Dda, per spaccio in centro città. I clienti erano liberi professionisti e imprenditori della "Palermo bene".  

Gli arrestati sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsioni aggravate dal metodo mafioso, favoreggiamento aggravato, trasferimento fraudolento di valori, sleale concorrenza aggravata dalle finalità mafiose, spaccio di sostanze stupefacenti e detenzione illegale di armi.

L'inchiesta ha individuato due diverse attività, una imprenditoriale e l'altra commerciale, ritenute riconducibili ai vertici di Cosa nostra, ma intestate a prestanome. Le attività sono state sequestrate. E' stato contestato ad alcuni indagati il reato di illecita concorrenza aggravata dal metodo mafioso perché è emerso che i clan imponevano la fornitura di caffè a bar del loro territorio.

Infine, sono stati individuati presunti autori di 5 estorsioni nei confronti di imprenditori e commercianti costretti a pagare il pizzo.

L'indagine è una prosecuzione di un'attività investigativa che nei mesi scorsi ha portato a "colpire" il mandamento mafioso di Porta Nuova e poi a scoprire la ricostituzione della Cupola di Cosa nostra, tornata a riunirsi dopo vent'anni, il 28 maggio scorso, ad Altarello di Baida, nel Palermitano. Il blitz, allora, portò in carcere il boss Gregorio Di Giovanni, indicato dagli inquirenti come uno dei rappresentanti della nuova Cupola.

Le indagini successive hanno accertato che Di Giovanni, dopo la scarcerazione seguita a una condanna passata, aveva immediatamente affiancato il reggente del mandamento Paolo Calcagno, prendendone poi il posto alla guida della "famiglia" dopo l'arresto.

Da allora, secondo le indagini, era diventato lui il capo del clan: per un periodo suo vice era stato il fratello Tommaso, poi anche lui arrestato.

Il capomafia è stato affiancato nella gestione delle attività illecite da uomini di fiducia di diversi quartieri del centro della città. L'inchiesta, oltre a ricostruire gli assetti mafiosi, ha svelato che Calcagno, dal carcere, dava ordini per il sostentamento della sua famiglia.

Nel corso dei colloqui in carcere forniva alla moglie e al cognato indicazioni sui soggetti cui rivolgersi per ricevere le somme di denaro che spettavano loro e i profitti degli investimenti economici realizzati in attività commerciali pienamente funzionali e attive.