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All'Ospedale Cervello 50 pazienti abbandonati nei corridoi e in stanze sporche senza bagni

La denuncia parte da Pucci Scafidi, fotografo siciliano che ha visto le condizioni critiche in cui versa il Pronto Soccorso. Liste di attesa lunghe sei giorni per un ricovero. I pazienti sono costretti a stare nei corridoi e in camere sovraffollate

Ospedale "Cervello": 50 pazienti abbandonati nei corridoi e in stanze sporche senza bagni
Ospedale "Cervello": 50 pazienti abbandonati nei corridoi e in stanze sporche senza bagni

globalist

5 Marzo 2019 - 10.18


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Una cinquantina di pazienti, molti dei quali anziani, lasciati per settimane nei corridoi del pronto soccorso, in stanze senza bagni e prive di un adeguato sistema di aerazione. Urla e odori nauseabondi con cui convivere tutto il giorno. Sono le condizioni del pronto soccorso dell’Ospedale “Cervello” di Palermodescritte sul giornale online Buttanissima Sicilia da Pucci Scafidi, un fotografo siciliano. L’uomo, sei giorni fa, ha portato qui la madre 80enne che soffre di broncopolmonite e che da quel giorno attende ancora di essere trasferita in un reparto.

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Signor Scafidi, cosa ha visto quando è entrato la prima volta nel pronto soccorso dell’Ospedale “Cervello”? 
Ho portato qui d’urgenza mia madre una settimana fa. Dopo 16 lunghe ore di attesa le è stata diagnosticata una broncopolmonite con pleurite acuta. Da quel giorno, è ancora lì nel pronto soccorso, insieme a una cinquantina di persone. Le stanze sono sovraffollate, c’è gente che grida ovunque. L’aria è irrespirabile, ma non si possono aprire le finestre perché è pieno di anziani malati. Manca il rispetto delle norme igieniche più basilari. Nella stanza in cui si trova mia madre non c’è il bagno e lei è costretta a cambiarsi in mezzo a sconosciuti, uomini e donne, privata anche della sua intimità. Per lei questa è una vera mortificazione. 
 
Dopo le sue denunce e proteste, è cambiata la situazione di sua madre? 
Solo ieri ci sono state le prime pulizie da quando ho portato mia madre lì. Un caso eccezionale, dovuto forse al fatto che era in visita a Palermo il ministro della Sanità, Giulia Grillo. Ma nessuno ancora mi ha detto quando mia madre potrà essere spostata in un reparto. Lamentando questa situazione con un altro paziente, mi sono sentito dire che sei giorni di attesa sono pochi, perché c’è gente abbandonata al pronto soccorso dal 20 febbraio.
I medici e gli infermieri come fronteggiano questa situazione? 
Non credo che vadano colpevolizzati. Il problema è che sono pochi per il numero di pazienti ricoverati. Fanno quel che possono, ma non hanno il tempo materiale per riuscire ad occuparsi di tutti. Molti di loro si sono rassegnati a questa situazione, io non riuscirei mai a lavorare in queste condizioni. Un dottore mi ha confessato di non poter fare altro che accettare passivamente quest’emergenza perché deve tenersi stretto il suo lavoro. 
 
Come pensa di agire ora? 
Sono costretto a spostare mia madre in una clinica privata. Non posso lasciarla in quel posto: lì entri con un problema e ne esci con molti altri, a causa di germi e condizioni sanitarie inaccettabili e imbarazzanti. Nonostante questo, io ho grande fiducia nelle strutture pubbliche, mia figlia per esempio qualche giorno fa si è operata al Policlinico ed è andato tutto benissimo. Infatti, mai mi sarei aspettato di trovare una situazione simile in un ospedale pubblico. 
 
Se potesse lanciare un messaggio all’assessore alla sanità di Palermo, Ruggero Razza, cosa gli direbbe? 
Vorrei solo che andasse a vedere con i suoi occhi cosa succede in quel luogo. Ma non deve andarci come assessore, in pompa magna, ma da semplice cittadino. La mia denuncia da sola vale poco, chi vive certe esperienze in prima persona a volte si pensa tenda ad esagerarle. Ma non è questo il caso. Sono sicuro che basterebbero pochi minuti e l’assessore sarebbe costretto a scappare per l’odore che si respira nel pronto soccorso. Serve un tavolo urgente, tra l’assessore e il primario, con cui in questi giorni non sono mai riuscito a parlare. È necessario intervenire subito, non con le parole ma con azioni pratiche e concrete.
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