Papa Francesco e il Grande Imam ad Abu Dhabi hanno cambiato il mondo

L’azione di Bergoglio per l’accoglienza dei profughi ha dimostrato che esiste un altro cristianesimo, distante dalle Crociate. E al Tayyeb ha smontato secoli di teologia anti-scritiana e anti-ebraica

Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al Tayyib

Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al Tayyib

Riccardo Cristiano 4 febbraio 2019
Siamo stati abituati in questi anni a usare l’espressione “evento storico” o “fatto storico” anche minuzie di totale insignificanza. Ad Abu Dhabi dunque non è successo qualcosa di storico, sarebbe un ridurre il punto di arrivo di un lavoro durato decenni a fatto marginale. E’ cambiato il mondo. Ci vorrà tempo per capirlo, e solo il tempo lo farà capire. Ma Abu Dhabi porta il quattro febbraio nella storia dell’umanità ferita.
Non è più l’epoca delle belle parole, dei caminetti tra gli illuminati. Non è più il tempo delle citazioni dotte, dei riferimenti aulici; è il tempo, è l’ora dei fatti. Così Papa Francesco e l’imam dell’Università Islamica del Cairo, al-Azhar, hanno scelto di dire che è l’ora dei fatti, e di impegnarsi su questo, con i fatti.
L’azione quotidiana di Bergoglio per l’accoglienza dei profughi ha dimostrato a tanti musulmani che esiste un altro cristianesimo, non quello che hanno visto secoli fa colonizzare le loro terre, o combattere le Crociate, ma quello che li accoglie fuggiaschi da terre distrutte, bombardate, desertificate, riconoscendoli come fratelli che chiedono aiuto. E cosa poteva dire l’imam al Tayyeb per mettersi sullo stesso livello? Ha detto: “cari arabi cristiani, voi siete cittadini di questi nostri Paesi, non siete minoranze! Liberatevi, vi prego, dall’ossessione di essere minoranze! Voi siete nostri concittadini...”
Dunque con una frase l’imam di al-Azhar ha smontato secoli di teologia che voleva i cristiani e gli ebrei minoranze protette dal sultano, abitanti di serie b in terra islamica, dove si governa in ossequio alla legge islamica.
Certo, c’è stata la breve parentesi della costituzione ottomana, quel felice biennio poi dimenticato per il corso della storia.
Ma oggi la principale autorità sunnita ha definitivamente e finalmente indicato un’altra comunità, superiore alla comunità dei credenti, quella del popolo, degli abitanti di uno spazio geografico che si definiscono popolo, si riconoscono un destino comune, decidono di cooperare a renderlo migliore, e quindi obbediscono a una legge laica, comune. Cittadini, la parola che sembrava impronunciabile, la sola che può cambiare l’identità di questi Paesi.
L’imam di Al-Azhar ha pronunciato un discorso da “parroco di campagna”, con il cuore in mano si è rivolto ai suoi fedeli, ai suoi fratelli musulmani, ricordando le guerre che da ragazzo hanno tormentato la vita sua e del suo Paese. Sono state causate dalle religioni? No, sono state guerre politiche causate dalla politica, dagli interessi. Dobbiamo riconoscere, ha scandito, che ci sono stati uomini di fede che hanno sbagliato a interpretare, a capire cosa dice la nostra religione. E ha ricordato l’ultimo discorso di Maometto, in cui si parla di Gesù e Mosé come di fratelli, aggiungendo che quando Maometto invitò i suoi discepoli a fuggire, per salvarsi dalle persecuzioni dei politeisti, li invitò ad andare in Etiopia, perché lì c’era un re cristiano, che non gli avrebbe torto un solo capello.
Papa Francesco da parte sua ha ricordato con schiettezza agli emiratini che aver reso il deserto ricco di grattacieli, di verde, di spazi confortevoli, non basta a sconfiggere le sabbie dello spirito se rimane l’indifferenza per il prossimo, per il fratello: “o costruiremo insieme l’avvenire o non avremo futuro”! Occorre, ha aggiunto Francesco, un disarmo globale, un disarmo vero, profondo, autentico; il disarmo dei cuori.
Ma il punto che ha reso epocale questa giornata è la dichiarazione che è stata firmata dall’imam al-Tayyeb e dal vescovo di Roma, papa Francesco, che proprio per ricordare questo suo ruolo di vescovo di Roma ha voluto parlare in italiano, lingua assai meno diffusa dello spagnolo, sua lingua madre. Questa dichiarazione, ha detto l’imam, è nata su un tavolo di casa Santa Marta. In quella stanzetta di una quarantina di metri quadrati lui e il vescovo di Roma hanno scritto un testo nel quale si dice che i musulmani d’Oriente e d’Occidente, insieme con i cattolici d’Oriente e d’Occidente dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via: la collaborazione come unica condotta: la conoscenza reciproca come metodo e criterio.
Ma non basta; c’è un passaggio inaudito non l’Islam ma per i musulmani passati attraverso lunghi tempi di oscurantismo: dove si parla di pace e riconoscimento non solo dell’altro credente, ma anche del non credente. Qui per la prima volta dopo secoli si attua il principio coranico della non costrizione nella fede, si riconosce il diritto a non credere, quindi -è evidente- anche il diritto a convertirsi, e la necessità di essere governati da una legge civile, laica, non religiosa, è l’unica conseguenza logica.
In poche ore Jorge Mario Bergoglio e Ahmad Tayyeb hanno scritto una pagina di storia che starà agli uomini vivere e rendere viva, ma che non consentirà alle gerarchie arretramenti.