Morire di freddo a Roma nel giorno di Capodanno. Senza neppure un fiore

Aveva 50 anni. Dormiva su una panchina a Tor Marancia, quartiere a pochi chilometri dal Campidoglio. Nella stessa zona altre 600 persone rischiano di finire in strada grazie alla "cura" Raggi

Piazza Lotto, Roma

Piazza Lotto, Roma

Daniela Amenta 2 gennaio 2019
Morire da clochard. Aveva 50 anni, polacco. Lo hanno trovato riverso, livido per il gelo in piazza Lotto, una gigantesca rotatoria che non è mai diventata neppure un giardinetto. Un uomo senza vita, a un passo dalle altalene per i bambini.
In questo quartiere popolare un tempo quelli dell'Est, i senza fissa dimora, spesso manovali per due lire, trovavano rifugio nel parco di Tor Marancia, che si affaccia e confina con l'Appia Antica. Avevano catapecchie di lamiera, di notte si vedevano piccoli falò. Così cucinavano, così si scaldavano. Poi furono sgomberati dall'allora sindaco Alemanno. E sotto sgombero sono anche le 600 persone che abitano dal 2013 in via del Caravaggio, venti metri da piazza Lotto. Vivono con l'incubo di essere sbattute in strada, per letto una panchina. Tanto che il presidente dell'VIII Municipio, Amedeo Ciaccheri nei giorni scorsi li ha voluti incontrare. "Nonostante quello che pensa il Ministro dell'Interno in questo luogo come in altri luoghi del nostro territorio – ha detto - vive un'umanità in attesa di risposte, sul diritto all'abitare, sull'emergenza abitativa strutturale di questa città, su tante fragilità su cui un intervento di sgombero forzoso non può che far esplodere una questione sociale drammatica".
I fragili, appunto. Quelli per cui alle ore 16, mentre scriviamo, la Giunta Raggi non ha ancora predisposto un piano freddo. La temperatura stanotte andrà sotto lo zero. E che accadrà a chi non ha un tetto? Resteranno aperte le stazioni della Metro, l'area della Protezione Civile nella ex Fiera di Roma? Non sappiamo, non si sa. Il grande boh. Ci sarebbero su carta 235 posti. Fine. Chi ne è fuori, si accomodi pure all'aperto a rimirar le stelle.
I fragili, dicevamo. Quelli che a 50 metri da Piazza Lotto avrebbero trovato almeno uno spazio di condivisione, un piccolo centro culturale, un'area attrezzata per i bambini nell'ex scuola Mafai di cui è rimasto solo lo scheletro. C'era una delibera con dei fondi del Comune a disposizione, c'era da firmare una petizione, partecipare dal basso con il progetto #Romadecide. Abbiamo deciso, abbiamo firmato, compilato tutto,  ma non è servito a niente. Dei 17 milioni stanziati per l'intera Capitale, sono rimasti per l'ex scuola di Tor Marancia solo 700mila euro, buoni giusto per buttar giù quello che è rimasto della struttura. Una "rimodulazione" degli interventi sempre firmata dal Campidoglio alla faccia della democrazia partecipata.
Quando si parla di emergenza periferie, ogni slogan è buono. Soprattutto nella Capitale. I selfie della sindaca a Tor Bella Monaca contro i murales simbolo della malavita, le ruspe con le telecamere, i Rom cacciati dal Camping Village unico esempio di campo nomadi funzionante in Europa, per arrivare alle ennesima trasformazione dei pentastellati in salsa leghista con i migranti allontanati dalla Stazione Tiburtina e i rifugiati scacciati da via Scorticabove.
Ma pensare, ripensare  le periferie vuol dire pensare, ripensare con un progetto, un intero progetto dallo sguardo lungo questa città. Vuol dire ascoltare i bisogni, ascoltare davvero, parlare, sentire. Fornire le comunità che le abitano degli strumenti minimi per viverle, vuol dire creare spazi di condivisione e moltiplicarli, vuol dire mettersi quotidianamente a disposizione, provare a mettere a disposizione come si può, meglio che si può, un percorso comune. E tra le molte, moltissime criticità c'è l'accoglienza ai fragili e il ricovero dei deboli. Questo è un tema complesso, sfaccettato, ma indispensabile per dirci comunità, dirci civili. Ipotizzare, e poi mettere in pratica un progetto perfino laico senza demandare il problema alle parrocchie, a Sant'Egidio, alla Caritas, alla Chiesa, al cuore grande dei volontari. Vuol dire fornire i municipi in emergenza di fondi per l'autogestione delle criticità. Vuol dire non far morire un uomo di freddo su una panchina.
L'unica cosa da vedere a Tor Marancia, se ci capitate, sono i murales al numero 63. Murales meravigliosi sulle facciate dei lotti delle case popolari, murales disegnati da 22 tra i più importanti street artist del mondo con i fondi (pochi) del Comune guidato all'epoca dal sindaco Marino, della Fondazione Roma e con l'intervento più sostanzioso dei privati di 999Contemporary.
Non c'è altro qui. Neppure un fiore per un uomo morto di freddo.