Lo stallatico dell'ignoranza fa crescere l'odio

Le zattere di solidarietà sempre più spesso sono costrette a galleggiare in un mare dove discriminazione insensata e odio si fanno tempesta.

Razzismo

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Onofrio Dispenza 29 novembre 2018

"No, non entri, hanno trovato dei wurstel con dentro dei grossi chiodi, per uccidere...". La signora con un boxer al guinzaglio mi ha appena fermato all'ingresso dell'area cani del bel parco dedicato a Marta Russo, ragazza romana uccisa a La Sapienza nel maggio del'97. Un folle proiettile sparato dalla follia. Chissà se è il caso a volere che vada a parlare della perdita della pietas seduto sulla panchina di questo bel parco con rilievi e declini verdi in un bella giornata di sole di fine novembre.
 Certo, la morte di Marta Russo racconta di quando il delitto è assurdo, ed è perpetrato perché l'assurdo prevalga sulla ragione. E poi i chiodi per uccidere i cani. Ma questa è poca cosa, angoscia chi, come me, considera i cani, e in generale gli animali, testimoni di sentimenti perduti - o mai acquisiti - dagli uomini.
Il ricordo di Marta Russo e l'angoscia per i chiodi a parte, sgomenta una cronaca che oggi sembra inseguirsi alla ricerca di un grado sempre più alto di cattiveria. Come a Ragusa, dove racconta di donne e madri e che provano a cacciare dalle corsie dell'ospedale Fara, la giovanissima madre eritrea arrivata in Sicilia dopo aver attraversato l'orrore dei lager libici che Salvini nega.
Fara, come tanti, era stata violentata, Fara aveva dato alla luce una bambina, Mecat. Quando l'avevano salvata la piccola era ancora sporca di sangue e placenta, col cordone ombelicale a penzolare. Ad abbracciarli, la consolidata solidarietà della gente, la maggioranza, di quanti - sempre più spesso criminalizzati - lavorano a soccorrere i migranti. Fara, la piccola e gli altri aiutati da quelle zattere di solidarietà che sempre più spesso sono costrette a galleggiare in un mare dove discriminazione insensata e odio si fanno tempesta.
Lo sapete, Fara, andata in ospedale per visitare la sua piccola, di due settimane, aggredita da alcune donne, invitata ad allontanarsi perché avrebbe potuto infettare loro e i loro figli. Se la discriminazione e l'odio hanno un concime, questo è lo stallatico dell'ignoranza. A Ragusa, la macchia di quella aggressione non ha certo fermato la solidarietà e la carità. "Non possiamo professarci cristiani e poi assumere comportamenti che negano il Vangelo", ha detto il vescovo di Ragusa, Cuttitta, abbracciando Fara, chiedendole scusa a nome dell'intera comunità. 
Quel che è accaduto a Fara ci consegna la dimensione di una cattiveria che è riuscita a scavare l'intimo, infettandolo.  Se ci fosse una patente di donna, quelle donne che hanno aggredito Fara, dovrebbero perderla. Se la condizione di mamma avesse una certificazione, si dovrebbero stracciare i certificati di quelle donne. Stracciata anche la loro appartenenza territoriale ad un'Isola che, nonostante loro, minacciosi nei maligni, ha saputo affrontare con pietà la migrazione più dolorosa che l'umanità ricordi dopo quella biblica.
E dopo l'aggressione a Fara, ancora la cronaca, con gli applausi a chi, per un malinteso senso della difesa, aveva ammazzato un ladro che scappava, disarmato, reo di aver tentato un furto e per questo da giudicare e punire. Certo non con una sommaria pena di morte comminata frettolosamente con una pistola.
Questo è accaduto, come sapete, a Monte San Savino, bel borgo toscano di antica e sgranata civiltà. Paese di quell'Andrea Sansovino, scultore, che ci ha lasciato, tra le sue opere, splendide Madonne con bambino. Che bisognerebbe guardare negli occhi.