San Romero d'America, martire dei poveri

Ci voleva un papa latinoamericano come Francesco, per riconoscere le virtù eroiche e i miracoli dell'arcivescovo di San Salvador, ucciso in odium fidei dagli squadroni della morte che spadroneggiavano nel paese

Monsignor Romero

Monsignor Romero

Gianni Di Santo 11 ottobre 2018

Quando, domenica 14 ottobre, monsignor Oscar Arnulfo Romero sarà proclamato santo in piazza San Pietro insieme a Paolo VI, tanti penseranno che la Chiesa, dopo ben lunghi 38 anni di esilio ecclesiale imposti a Monseñor, finalmente abbia chiesto scusa. In realtà, come spesso succede quando la grande storia dell’umanità si confonde con la piccola storia degli umili e dei disperati, l’evento di domenica, in qualche modo anticipato già tre anni fa quando Romero fu proclamato beato, ci dice quanto la profezia evangelica di un pastore, vescovo e uomo scorra oggi più viva che mai nelle vene del popolo di Dio e nei cunicoli sotterranei dell’umanità sofferente.
Certo, ci voleva un papa latinoamericano come Francesco, per riconoscere le virtù eroiche e i miracoli di mons. Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso in odium fidei il 24 marzo del 1980 dagli squadroni della morte che spadroneggiavano nel paese latinoamericano mentre celebrava la messa. Ci voleva la sua conoscenza di quella parte del mondo, la storia dei poveri e dei campesinos, in anni durante i quali la guerra fredda occidente-marxismo ancora mieteva vittime e procurava deficit di democrazia e giustizia sociale. Ma è anche vero che la biografia di Monseñor è stata raccontata, in questo lungo tempo, anche a costo di solitudini e sofferenze, quasi di nascosto, di libro in libro, di articolo in articolo, di parrocchia in parrocchia, di comunità in comunità, e trasmessa oralmente da una generazione che, magari ingenuamente, ha sempre creduto che la giustizia sociale ed economica sia un terreno di battaglie lunghe e tempestose.
Con la canonizzazione di mons. Romero, la Chiesa oggi sceglie senza ombra di dubbio l’”opzione preferenziale per i poveri”. Non retaggio di un documento scritto dalle Conferenze della Chiesa latinoamericana di Medellin o Puebla, ma l’architrave stessa del messaggio evangelico.


La vicenda umana e pastorale di Romero si intreccia con gli anni bui della repressione delle libertà fondamentali nell’area latinoamericana. Ma anche con la realpolitik vaticana di quegli anni, quando il nemico ancora da combattere era il marxismo e quella “pericolosa” teologia della liberazione di cui, erano convinti a Roma, Romero era immerso.
Nell’unico incontro del maggio 1979 che Romero ebbe con l’allora papa regnante, Karol Wojtyla, in Vaticano, durante un’udienza chiesta e quasi supplicata da Romero, la “freddezza” tra i due fu evidente. Ci fu un invito perentorio da parte del papa prima ad assecondare l’unità tra i vescovi di El Salvador – che mandavano a Roma missive allarmate sull’attività pastorale e sociale di Romero –, e poi, ad andare d’accordo con il governo in carica, un governo militare che usava qualsiasi mezzo violento per ottenere i suoi scopi. Romero tornò in patria in lacrime.
È qui che la realpolitik si scontra con la profezia. Perché l’omicidio di mons. Romero, e di tutti gli altri assassinati in quel paese latinoamericano, come il padre gesuita Rutilio Grande, suo grande amico, raccontano una storia diversa, quella di una Chiesa che non tira indietro la voce e le braccia di fronte alle ingiustizie e che decide di essere sempre affianco a chi soffre e alla povera gente.


Il giorno prima del barbaro assassinio, domenica 23 marzo, nell’ultima omelia diffusa per radio, Romero disse: «Durante la settimana, mentre vado raccogliendo le grida del popolo, il dolore per così grandi delitti, la ignominia di tanta violenza, chiedo al Signore che mi dia la parola opportuna per consolare, denunziare, chiamare a pentimento (…). Desidero fare un appello speciale agli uomini dell’esercito e in concreto alla base della guardia nazionale, della polizia, delle caserme. (…) In nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione!». 


Ecco perché la canonizzazione di Romero è importante. Per i cattolici, certo. La Chiesa riconosce, oltre il miracolo di intercessione, che l’azione pastorale e sociale del vescovo salvadoregno profuma di santità e profezia evangelica. Non conta il tempo che ci è voluto. Non contano persino le umiliazioni alle quali è stato sottoposto Romero. Conta, oggi, questo atto, simbolico e giusto al tempo stesso.
Ma, andando oltre, gli onori degli altari a Romero dimostrano che ancora oggi il cristianesimo è l’unico argine a una globalizzazione selvaggia dove la finanza ha ucciso le attese di eguaglianza e di equa redistribuzione del reddito nel mondo. Un cristianesimo lontano mille anni luce da una fede “fai da te” o riconciliante come potrebbe essere riconciliante un tè del pomeriggio, bensì faro per il mondo laico, atteso dalla povera gente, in aiuto dei poveri del mondo, fermo oppositore a una libertà individuale che uccide i diritti fondamentali dell’uomo. Un cristianesimo contrario alla pena di morte e all’uso delle armi e della violenza, che accoglie la povertà e i poveri del mondo nel suo grembo di madre anche quando sembra disinteressarsi o dimenticarsene.


È questo il grande miracolo di San Romero d’America, protettore dei poveri.
La Chiesa esce dal tempio e abbraccia l’umanità sofferente. Con un sorriso in più.