Genova per noi è quell'urlo a metà tra la rabbia, il dolore e l'impotenza

Ora tutti lo dicono, tutti: che vibrava il ponte Morandi, che tremava. Ora tutti spiegano che era super monitorato. Che ad Agrigento il gemello l'hanno chiuso. Ma noi siamo il Paese del "dopo" e del Fato

Genova, l'immane tragedia

Genova, l'immane tragedia

Daniela Amenta 14 agosto 2018

"Oh mio Dio, oh mio Dio, oh mio Dio". Quell'urlo ripetuto, terribile, lacerante mentre nell'Italia del terzo millennio un ponte va giù, il ponte di Brooklyn lo chiamavano, lo snodo fondamentale per raggiungere l'A10 da Genova. Genova che ora è tagliata in due, piegata, dolorante come dopo un bombardamento, come dopo un terremoto. E resta quell'immagine di un camioncino verde "Prima Card" a mezzo metro dal baratro.


Genova per noi, per loro è quell'urlo e quel furgone che si ferma poco prima del vuoto. Genova che piange chissà quanti morti, troppi, se 35 auto sono volate giù da un cavalcavia di cartapesta, un ponte fragile come una meringa che si è piegato su sé stesso. Un gigante sostenuto da zampe deboli.


Ora tutti lo dicono, tutti: che vibrava il ponte Morandi, che tremava. Ora tutti spiegano che era super monitorato. Ma era stato costruito 51 anni fa, quando il traffico era un decimo di oggi. Ogni anno su quel ponte passavano 25 milioni di mezzi. Una struttura "di acciaio ricoperta di calcestruzzo. Il calcestruzzo è solo una copertura che serve a proteggere i materiali ferrosi dall'acqua e quindi dall'ossidazione, ma il calcestruzzo ha una sua vita utile, trascorsa la quale l'umidità passa e inizia un processo di carbonatazione, che avvia l'ossidazione che provoca la corrosione. Fuori sembra tutto a posto, dentro però l'armatura è sparita". Questo lo spiega un esperto, oggi. Un castello di carte insomma, tanto che c'era un progetto del 2009: buttarlo giù il ponte Morandi e ricostruirlo ex novo. Il gemello di quell'opera è ad Agrigento ed è chiuso. Per pericolo di crolli, perché i piloni sono marci. In Sicilia se n'erano accorti.  
Genova per noi, ma soprattutto per le vittime innocenti di questa "immane tragedia" sarà un uomo che urla, un boato, e un ponte che si spezza in due. Come spezzato in due oggi è il cuore dell'Italia che piange un'altra tragedia annunciata che qualcuno avrebbe dovuto risolvere. E invece niente. Perché siamo il Paese che arriva dopo il tempo massimo consentito al Fato, alla Fortuna e al Destino. Siamo il Paese del "dopo" mai del prima. Genova per noi oggi è a metà tra le lacrime, la rabbia e quell'urlo che chissà se il Dio della misericordia ha mai ascoltato.