Quattrocentomila migranti trasformati in schiavi nei campi d'Italia

Il rapporto della Flai-Cgil fotografa il "lavoro indecente" dei braccianti nel nostro Paese: 3 euro a cassone da 375 chili di ortaggi, 12 ore di seguito. E le donne sono più sfruttate degli uomini

Caporalato, piaga d'Italia

Caporalato, piaga d'Italia

globalist 10 agosto 2018

Il tema è riemerso, violento e drammatico, dopo la morte di 16 braccianti immigrati in Puglia. Ma i dati dell'Osservatorio 'Placido Rizzotto' della Flai Cgil danno un quadro se possibile ancora più inquietante del business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura in Italia. Parliamo di un giro di affari da 4,8 miliardi di euro. E' uno dei dati principali del 'Quarto Rapporto agromafie e caporalato' suddiviso in quattro parti. Nella prima parte, 'Economia mafiosa: agromafie e caporalato', si fa il punto sull’economia illegale nel settore alimentare e sulla applicazione e valutazioni sul campo all’indomani della approvazione della legge 199/2016. E inoltre, si analizzano i numeri, la composizione e la condizione dei lavoratori migranti nell’agricoltura italiana.
Il business milionario. Dall'indagine emerge che l'economia non osservata in Italia si stima in 208 miliardi di euro; il lavoro irregolare vale 77 miliardi, ovvero il 37,3%. Il lavoro irregolare incide per il 15,5% sul valore aggiunto del settore agricolo. Il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura, appunto, è pari a 4,8 miliardi di euro. Mentre 1,8 miliardi è la cifra raggiunta dall'evasione contributiva.
Sono tra 400.000/430.000, spiega il Rapporto, i lavoratori agricoli esposti al rischio di un ingaggio irregolare e sotto caporale; di questi più di 132.000 sono in condizione di grave vulnerabilità sociale e forte sofferenza occupazionale. Questi numeri, purtroppo, confermano uno scenario simile ai precedenti Rapporti. Inoltre, più di 300.000 lavoratori agricoli, ovvero quasi il 30% del totale, lavorano meno di 50 giornate l’anno.


Chi sono gli sfruttati. Sempre nella prima parte del Rapporto, si analizza la composizione del lavoro migrante in agricoltura. Su circa un milione di lavoratori agricoli, i migranti si confermano una risorsa fondamentale. Secondo i dati Inps, nel 2017 sono stati registrati con contratto regolare in 286.940, circa il 28% del totale, di cui 151.706 comunitari (53%) e 135.234 provenienti da paesi non Ue (47%). Secondo il Crea i lavoratori stranieri in agricoltura (tra regolari e irregolari) sarebbero 405.000, di cui il 16,5% ha un rapporto di lavoro informale (67.000 unità) e il 38,7% ha una retribuzione non sindacale (157.000 unità).
Nella seconda parte del Rapporto, 'Le norme di contrasto allo sfruttamento', si affronta, con un approfondimento monografico, in un 'excursus' che parte dal 1950 e arriva ai giorni nostri, il tema del collocamento, dello sfruttamento lavorativo e delle varie norme e leggi a contrasto.
Inoltre, in questa parte, un capitolo è dedicato ad analizzare i rapporti tra i diversi attori nella filiera di valore nel settore agroindustriale; una filiera nella quale è forte l’asimmetria tra il potere di contrattazione della fase agricola e di quello nelle fasi a valle rispetto a quello degli altri soggetti della catena (ad esempio la Grande distribuzione). "Le analisi empiriche delle catene del valore agroalimentari in Italia -spiega il Rapporto- mettono in evidenza come la distribuzione del lavoro ponga in posizione di vantaggio gli attori diversi dalle imprese agricole".
Il lavoro indecente. La terza parte dell'indagine, 'Il lavoro indecente nel settore agricolo', tratta, attraverso una serie di interviste, sette casi di studio, storie di lavoro sfruttato nei territori di sette regioni: Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Campania, Puglia, Basilicata e Sicilia. In ogni regione sono stati studiati territori particolari, in quanto quelli in cui si registrano forme di lavoro indecenti e al limite dello sfruttamento para-schiavistico.
E queste le condizioni dei lavoratori sottoposti a grave sfruttamento in agricoltura: nessuna tutela e nessun diritto garantito dai contratti e dalla legge; una paga media tra i 20 e i 30 euro al giorno; lavoro a cottimo per un compenso di 3/4 euro per un cassone da 375 kg; un salario inferiore di circa il 50% di quanto previsto dai Ccnl e Cpl. I lavoratori sotto caporale, con un orario medio che va da 8 a 12 ore di lavoro, devono pagare il trasporto a secondo della distanza (mediamente 5 euro); beni di prima necessità (mediamente 1,5 euro l’acqua, 3 euro panino, etc.). E ancora, spiega il Rapporto, le donne sotto caporale percepiscono un salario inferiore del 20% rispetto ai loro colleghi. Nei gravi casi di sfruttamento analizzati, alcuni lavoratori migranti percepivano un salario di 1 euro l’ora.
E dalle informazioni acquisite è stata realizzata una stima che quantifica in 30.000 il numero di aziende che ricorrono all’intermediazione tramite caporale, circa il 25% del totale delle aziende del territorio nazionale che impiegano manodopera dipendente. Il 60% di tali aziende ingaggiano quelli che nel Rapporto sono definiti 'caporali capi-squadra', che si differenziano per rapporti di lavoro comunque decenti (seppur irregolari), da quelli indecenti e gestiti dai caporali collusi con le organizzazioni criminali, se non addirittura mafiose.