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Salvini dillo che la Strage di Bologna fu opera dei fascisti

Il governo si presenta alla commemoriazione della strage, gli estremisti di destra difendono i camerati e il ministro tace.

Strage di Bologna

globalist

2 Agosto 2018


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Le responsabilità della strage di Bologna del 1980 sono state per anni oggetto di numerosi depistaggi. Che sono continuati anche dopo la sentenza che ha condannato in via definitiva i neofascisti Mambro e Fioravanti.
Numerosi sono stati negli anni i tentativi di lanciare fantasiose piste alternative e, ovviamente, inesistenti.
Ancora oggi l’estrema destra si rifiuta di riconoscere quello che è emerso dal processo. Il ministro dell’Interno, che parla di tutto, tace. Ovviamente.

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Pubblichiamo estratti delle sentenze della Cassazione

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La sintomaticità di questa pur parziale, ma rilevante ammissione è stata colta non solo rispetto al fatto oggettivo che una richiesta di documenti falsi era stata fatta, ma anche con esplicito riferimento ai motivi di urgenza che quella richiesta caratterizzavano. Inoltre, non è superfluo ricordare che la stessa sentenza impugnata ha rilevato come la stessa Mambro, nel successivo interrogatorio del 21.12.1985, nel ribadire quella circostanza, rivelò che il primo documento falso di cui era venuta in possesso era quello a nome di Smania Morena, ottenuto da Cavallini, e che allorquando doveva venire a Roma, dopo la strage, aveva bisogno di un documento falso; pertanto era stata la stessa imputata ad ammettere che il bisogno di un documento falso era sorto in occasione di uno spostamento a Roma. dopo il 2.8.1980.
Un altro, oggettivo riscontro, è rappresentato dal fatto, che, secondo la ricostruzione dei giudici di merito, non contestata dai ricorrenti, sia Valerio Fioravanti che Francesca Mambro avevano ammesso di essersi trovati a Roma il 5.8.1980 giorno in cui entrambi avevano partecipato alla rapina in piazza Menenio Agrippa.
Inoltre, lo stesso Valerio Fioravanti aveva riconosciuto, nel corso degli interrogatori ai quali era stato sottoposto dopo il suo arresto, che poiché nei giorni successivi alla strage era apparsa sulla stampa la notizia secondo la quale la polizia ricercava una donna dai capelli biondi, egli si era preoccupato per la Mambro, benché escludeva di averle suggerito di tingersi i capelli per non insospettire coloro che la conoscevano e la frequentavano: ne consegue che non è illogica la conclusione che da tali dichiarazioni ha tratto la sentenza impugnata e cioè che dopo il 2 asosto 1980 effettivamente i capelli biondi della Mambro avevano rappresentato un problema per gli imputati.
E, quanto alle giustificazioni offerte in ordine alla destinazione dei documenti richiesti allo Sparti e da questi procurati, nella sentenza impugnata si è considerato che né la patente, né le carta d’identità potevano, nella primavera del 1980, essere necessari per Fiore ed Adinolfi, perché costoro, a quell’epoca, non erano latitanti e tale circostanza non giustificava quella richiesta, ma neppure quell’urgenza con la quale essa era stata caratterizzata.
Viceversa, era stato accertato che soltanto dopo il 2 agosto 1980 Francesca Mambro aveva avvertito la necessità di disporre di un documento falso.
Infatti, nella notte del 4 l’imputata era stata ospitata da Stefano Soderini e soltanto il 5 agosto, cioè dopo aver ottenuto dallo Sparti i documenti richiesti, si era presentata presso l’albergo “Cicerone” di Roma.
Dalle considerazioni su esposte si evince come la polivalenza indiziaria riconosciuta dalla sentenza impugnata alle dichiarazioni rese da Massimo Sparti, lungi dall’essere il risultato di una diffusa utilizzazione di ipotesi e congetture, è conseguente ad una corretta valutazione delle risultanze acquisite, valutazione compiuta secondo quei criteri metodologici che erano stati evidenziati da questa Corte in relazione all’applicazione del 2° comma dell’art. 192 c.p.p.: pertanto essa si sottrae ai rilievi dedotti dagli imputati ricorrenti.
 
Né può affermarsi, come hanno sostenuto i ricorrenti, che sintomatica della falsità delle dichiarazioni di Massimo Sparti e del coinvolgimento dei servizi di sicurezza nelle accuse a Fioravanti e Mambro era la circostanza dallo Sparti riferita, e cioè che Fioravanti avrebbe rivelato che la mattina del 2 agosto 1980, per non farsi riconoscere, aveva girato per le strade di Bologna dopo aver avuto l’accortezza di vestirsi in modo da sembrare un turista tedesco o un altoatesino: secondo la nota informativa del Sismi, tedeschi erano coloro che avevano trasportato quell’esplosivo che era stato rinvenuto il 13.1.1981 e che doveva servire per altri attentati sui treni, sicché Fioravanti aveva scelto il travestimento meno appropriato per sottrarsi al rischio di una possibile identificazione.
II rilievo prospettato dalla difesa non tiene conto di un fatto essenziale, e cioè che le rivelazioni fatte da Fioravanti allo Sparti risalgono al 4 agosto 1980, mentre l’operazione che si concluse con il ritrovamento di quella valigia risale al 13.1.1981, sicché nessun collegamento tra le due vicende è proponibile nell’ottica prospettata dalla difesa e d’altronde, secondo la rappresentazione fatta da Fioravanti a Sparti sugli accorgimenti usati per non farsi riconoscere, quella misura, e cioè vestirsi in modo da sembrare un turista, quale che fosse la sua apparente provenienza, era l’unico mezzo di cui l’imputato in quel momento, poteva disporre, per limitare i rischi di un possibile riconoscimento.
La sentenza impugnata non si è neppure sottratta all’onere di verificare se la personalità dei due imputati ricorrenti era compatibile con la partecipazione a quel delitto e con il comportamento successivo: ha verificato quale esperienza professionale, in attentati e gravi delitti, avesse acquistato Valerio Fioravanti e quale rapporto di collaudata e fedele collaborazione avesse sempre a lui offerto Francesca Mambro, tant’è che questa anche in altre vicende, quasi per naturale vocazione, aveva legato la sua sorte al suo uomo.
E da tale complessa realtà umana, esplorata sulla base delle rivelazioni di Walter Sordi del 15.3.1984, di Raffaella Furiozzi e di Laura Lauricella, rispettivamente risalenti al 25.3.1986 ed al 2.6.1982, la Corte di Bologna ha tratto il convincimento di come quella strage, pur avendo rappresentato un evento ineguagliabile, per gli effetti drammatici, ripetto ai reati precedentemente commessi da Valerio Fioravanti, era pur sempre il risultato di una scelta di vita che aveva conosciuto già il disinteresse verso la vita altrui e come lo stesso comportamento successivo avesse una sua razionale spiegazione: confessare la partecipazione alla strage significava assumersi la tremenda responsabilità di quanto era accaduto, perdere consensi e solidarietà nello stesso arnbiente, e, soprattutto, la prospettiva di possibili benefici carcerari.

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