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Ebrea perseguitata da nazisti lotta per la cittadinanza italiana

La donna, 79 anni, nata a Milano da genitori polacchi porta avanti una contesa amministrativa con lo stato italiano che le nega il riconoscimento riservato ai perseguitati per le leggi razziali

Il Binario 21 della stazione di Milano da cui partivano i treni diretti ai campi di concentramento
Il Binario 21 della stazione di Milano da cui partivano i treni diretti ai campi di concentramento

globalist

1 Agosto 2018 - 09.44


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Una vita di battaglie. E’ quella di Rachele Vered, 79enne di origine ebrea la cui famiglia è stata perseguitata dai nazi-fascisti. La sua ultima battaglia è contro lo Stato italiano che le nega il riconoscimento riservato ai perseguitati per le leggi razziali. E vincerla non significa solo aver diritto a un assegno, ma soprattutto essere riconosciuta come italiana figlia di ebrei perseguitati per motivi razziali. A raccontare la sua storia il quotidiano il Giorno.
Rachele Vered è nata a Milano il 20 settembre del 1939 da genitori polacchi, che all’epoca erano residenti in Italia come “apolidi”, cioé privi di cittadinanza. La donna ha quindi chiesto che le venissero garantiti i diritti riservati agli internati nei campi di concentramento e ai loro familiari. E per questo motivo da alcuni anni la donna porta avanti una contesa amministrativa con il ministero dell’Economia, che le nega il riconoscimento riservato ai perseguitati per le leggi razziali.
Nel 2013, infatti, la commissione ministeriale incaricata di esaminare la domanda, ha rifiutato la richiesta perché i genitori di Rachele non erano italiani ma polacchi. La donna, però, non si è arresa e il Tar del Lazio le ha dato ragione sulla base di due leggi: una italiana e l’altra polacca.
Quando è nata Rachele, nel 1939, in Polonia una legge prevedeva che ai cittadini polacchi soggiornanti all’estero venisse revocata la cittadinanza, qualora non fossero rientrati nel Paese “entro la data prestabilita su richiesta della rappresentanza estera della Repubblica Polacca”. Una norma decisiva per il Tar se incrociata con la legge italiana numero 555 del 13 giugno 1912 che assegnava la cittadinanza italiana per nascita a “chi è nato nel Regno se entrambi i genitori sono ignoti o non hanno cittadinanza italiana, né quella di altro Stato”.
Nonostante il Tar del Lazio le abbia dato ragione la battaglia legale di Rachele Vered non è finita. Palazzo Chigi ha impugnato la decisione in Consiglio di Stato: i giudici di palazzo Spada hanno chiesto all’Ambasciata italiana a Varsavia di acquisire “documentati chiarimenti sull’effettiva avvenuta perdita della cittadinanza polacca, alla data del 20 settembre 1939, da parte dei genitori della ricorrente”. Da notare che tale accertamento era già stato chiesto, senza esito, dal Tar: la Polonia non ha mai risposto. Tutto da rifare. E Rachele aspetta.

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