Pupi e pupari che hanno ucciso la verità sulle stragi di mafia

Un depistaggio giudiziario studiato nei minimi dettagli perché tutto diventasse un mistero. Falcone e poi Borsellino dovevano morire

La strage di via D'Amelio

La strage di via D'Amelio

Onofrio Dispenza 19 luglio 2019

Il tempo è il complice più prezioso del crimine. Preziosissimo per "Mafia e Company", aggregato complesso che del crimine è la peggiore risma. Ormai si ha difficoltà a contare gli anni passati da quell'estate palermitana delle stragi, violenta e sfacciata: uno dietro l'altro, a distanza di 57 giorni, Falcone e Borsellino uccisi in maniera plateale, mettendo in campo una dimensione bellica che era, insieme, meccanismo per non fallire e messaggio inequivocabile dei mandanti. Mentre viviamo l'ennesimo anniversario del tempo che ci divise dalla strage di Capaci a quella di via D'Amelio, le 1.856 pagine delle motivazioni del "Borsellino quater" ci dicono, nero su bianco, quel che sapevamo. Se avesse vissuto l'estate del'92, Pasolini avrebbe ripreso dal suo cassetto molte delle parole scritte nel '74 quando iniziò scrivendo "Io so…".                                                                                    "Dietro la morte di Borsellino c'è uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana". Tutto studiato nei minimi dettagli perché divenisse mistero. Un progetto dispiegato coi tempi che richiede un'azione di guerra, messo in atto con puntiglio anche nelle fasi seguenti al "botto", quando ancora in via D'Amelio si sentiva l'odore di carne bruciata e tra i brandelli di corpi, quelli di Borsellino e della sua scorta, si muovevano uomini mandati da altri uomini, tutti formalmente servitori dello Stato, con l'incarico di mettere  immediatamente le mani sul diario di Borsellino. In quel diario con la copertina rossa, nero su bianco, le cose che Paolo avrebbe voluto e potuto dire ai magistrati  se lo avessero sentito. Sulla strage di Capaci e su quello che c'era dietro la strage di Capaci. Lo stesso scenario che già pensava alla fase 2: eliminare lui, Borsellino, farlo fuori, cancellare quella pericolosa memoria, quel congegno che Paolo - come Giovanni - aveva in testa; congegno capace di mettere a posto ogni tassello delle cose.
Giovanni e Paolo avevano in testa la mappa che indica la strada che porta alla verità, strada che gli scarabocchi del crimine mafioso hanno provato a trasformare nell'inestricabile disegno di un labirinto.
Dice bene l'amico Salvatore Cusimano. Alla lettura delle motivazioni del Borsellino quater, Salvatore avverte: C'è già chi tenta di demolire anche questa sentenza. Certamente restano ancora nomi da indicare - mi dice - esponenti politici da individuare, servizi e organizzazioni più o meno segrete che sotto il velo della legalità hanno minato le istituzioni e i loro rappresentanti migliori ordinandole la morte". Una cosa è certa, a leggere anche solo la sintesi giornalistica di quelle 1.856 pagine un disegno si intuisce, prende corpo, si definiscono segni e tratti della verità. Ci sono nomi, magistrati, dirigenti di polizia. Servizi; ci sono accadimenti, suggerimenti, incontri in carcere e mancati incontri, come quello, assurdo, tra Borsellino e chi avrebbe dovuto raccogliere in fretta ogni utile informazione sui retroscena di Capaci. Strane cose che accompagnarono quegli eventi. Cose strane che - come dice Fiammetta Borsellino - accompagnano ancora oggi la difficile ricerca della verità.
Scrive Salvo Palazzolo su Repubblica: "Perché uomini dello Stato che dovevano scoprire i responsabili delle bombe costruirono alcuni falsi pentiti? Certo non per ansia di giustizia. No". Tornano le ragioni e gli interessi di "Mafia e Company", una sorta di torta a strati dove ci sono consistenti fette per chi sta in alto e gustose briciole, posizioni, carriere, per chi deve fare la sua parte, tradendo il lavoro sporco. Le strade dell'adesione e della compartecipazione sono infinite. Quando una folata di vento ha provato ad alzare il tendone del mistero, le abbiamo intraviste.