Salerno, le migranti e il senso comune della pietà

Erano 26, nigeriane. Morte in un naufragio. Le salme vennero sbarcate nella città campana che con un gesto di grande solidarietà le ha accolte nel proprio cimitero. Siamo andati a portare loro un fiore

Le rose bianche sulla bara delle ragazze

Le rose bianche sulla bara delle ragazze

Stefano Pignataro 3 maggio 2018

“L’albero della vita” è un albero di marmo di aspetto lontanamente futurista che colpisce il visitatore appena varca il cancello del Cimitero monumentale di Salerno situato a Brignano. Una spoglia e scarna opera d’arte che da metà mese di dicembre del duemiladiciassette ricorda il tragico sbarco avvenuto a Salerno il 5 novembre. Un naufragio nel Mediterraneo, uno dei tanti, troppi: in quella drammatica occasione persero la vita ventisei ragazze nigeriane, due erano incinte di pochi mesi. Salerno e il suo Comune decisero di  concedere loro degna sepoltura in città. Funerali pubblici e bandiere listate a lutto.  Ricorda quella giornata anche il sindaco Napoli che spiega: "Noi siamo fortemente orgogliosi del ruolo svolto nell’accoglienza dei migranti. Abbiamo messo su un meccanismo logistico efficace per quanto riguarda il trasferimento dei migranti nelle strutture a loro deputate in Italia ed altrove con un’azione di grande sensibilità: vale a dire riducendo al minimo la permanenza degli stessi sulla banchina del porto e quindi alleviando le loro sofferenze. La terribile sciagura delle ragazze nigeriane decedute nel nostro mare ci ha profondamente colpiti ed ha addolorato tutta la cittadinanza. Abbiamo proclamato il lutto cittadino ed abbiamo dedicato due opere d’arte alle ventisei ragazze decedute: un’opera d’arte del Liceo artistico nel giardino “8 marzo”, il giardino delle donne ed un’opera del Maestro Pietro Lista nel Cimitero monumentale di Salerno. Atti simbolici ma che richiamano un atteggiamento a favore dei diritti civili e dei valori non negoziabili che Salerno difende e che deve difendere. Non a caso abbiamo dedicato un giardino dell’otto marzo ed abbiamo dedicato un giardino ai giusti dell’umanità per iniziativa della Fondazione Menna e del Dott. Tringali che la presiede. Abbiamo chiari nella nostra testa gli obblighi che riguardano una civiltà che va difesa e che va tutelata"


Achille Bonito Oliva ha definito Pietro Lista, lo scultore autore dell’ “Albero della vita”, “artista nomade che trova nell’arte la garanzia di una felice precarietà”, la vita oltre la morte. La scultura congiunge morte e vita: i due bimbi mai nati sono raffigurati in quei due nidi posti sopra ai rami in alto ed in basso, rami volutamente spezzati, come le vite delle loro giovani madri che cercavano per i loro figli un futuro diverso e migliore di quello che si era loro prospettato nella loro patria.


“Siete morte in questo mare che fu il centro del mondo, culla della civiltà e fucina della democrazia, (..).“Che il vostro Dio vi doni il Paradiso; da noi una preghiera con tutta la nostra anima”, si legge all’ultimo rigo della stele posta ai piedi dell’opera. Più avanti, al centro del viale del Cimitero di Salerno, andando oltre l’Altare della piazza degli uomini illustri in cui vi sono sepolti i personaggi più famosi della città, precisamente nella località “Angeli 3”, si trovano, spaiate, alcune delle tombe delle ragazze nigeriane. Sono sepolture che non si trovano in un luogo a parte, magari isolato e già condannato all’oblio dopo che i riflettori su questa tragedia saranno inevitabilmente spenti, ma al contrario i salernitani stessi hanno voluto fossero seppellite proprio nel terreno comune, in mezzo ai loro cari per rimarcare maggiormente e tangibilmente la vicinanza eterna tra Salerno e queste vittime innocenti.  Sono tombe scarne, molte anonime.


Le tombe di Shaka Marian, 21 anni ed Osaro Osato,21, sono le uniche ad avere un nome, perché appartenenti alle due sole ragazze identificate delle ventisei annegate assieme alla loro identità. Sulla stele che riporta la scritta “Sbarco di Salerno del 5 novembre 2017” vi sono un tricolore ed alcune pietre anch’esse dipinte a tricolore; sono le stesse pietre che si scorgono sul selciato al terzo livello del terzo piano, in cui vi si trovano i loculi dei caduti di guerra. Colpisce il comportamento di un ragazzo sui venti anni che, non avendo fiori da depositare,  sosta assorto e sembra recitare una preghiera. 


Sembra di risentire le parole dell’Arcivescovo Metropolita di Salerno-Campagna-Acerno durante le esequie delle ragazze, alla presenza di molte autorità civili e militari , di tanti salernitani ma anche di molti abitanti della Provincia (cinque delle giovani defunte hanno trovato sepoltura nei comuni limitrofi): “Gli eventi della vita e della storia ci interpellano e credo che questo sia un momento dove ciascuno di noi è chiamato a ricollocarsi in questa storia che è storia di uomini con tutte le contraddizioni che porta appresso ma che Dio vuole che diventi storia di salvezza. Per l’Arcivescovo Moretti queste ragazze sono vittime innocenti di una “struttura del peccato”; “noi uomini che siamo chiamati a vivere la fraternità, l’amore, possiamo essere segnati da ciò che fraternità non è e ciò che amore non è. Si celebra la morte difficile da comprendere ma celebriamo anche la vita che va oltre la morte e che diventa per noi la responsabilità che ci chiama al grande impegno per costruire le condizioni per vivere da beati”. 


A invocare la misericordia di Dio fu anche L’Imam di Battipaglia, presente alla celebrazione, ricordando che l’amore autentico ed il dono di se sono la sola via”.


Più sferzante e più severo ma giusto è  il pensiero di Don Marco Russo, Direttore della Caritas Diocesana di Salerno. Don Marco da anni è il punto di riferimento per l’assistenza ai disagiati ed alle ragazze vittime dei giri di prostituzione. “Non bisogna trovare gli ultimi colpevoli, ma i primi colpevoli-afferma energicamente in occasione dell’ultimo Campo Giovani di Azione Cattolica Diocesano- “Guai a quell’uomo che ha promesso a queste fanciulle innocenti e pure un campo diverso, una vita diversa, migliore, salutare e libera dai tormenti che esse già combattevano nelle loro terre. Quest’uomo le ha uccise due volte ed è il primo colpevole. Se non riusciamo a guardare-conclude- il povero, l’emarginato negli occhi, le nostre sono solo chiacchere. Il primo atto di sottomissione del povero è l’abbassare gli occhi, perché prova vergogna. E noi se non lo mettiamo in condizione di poterli rialzare siamo complici della sua condizione minoritaria”.