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Roma è con Afrin, stop ai massacri: la protesta di Rete Kurdistan all'ambasciata turca

Militanti incatenati contro l'occupazione militare di Erdogan nel nord della Siria

Ambasciata turca a Roma
Ambasciata turca a Roma

globalist

23 Marzo 2018 - 15.49


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Una nuova iniziativa di protesta a Roma contro l’occupazione militare della Turchia di Erdogan della regione di Afrin, nel nord della Siria. Dopo due mesi di offensiva di Ankara e la sconfitta dei curdi nella città simbolo del dramma siriano, gli attivisti di Rete Kurdistan hanno preso di mira l’ambasciata della Turchia a Roma: si sono incatenati all’ingresso, inscenando “un blocco” e rilanciando idealmente un impegno di resistenza.
“Dai media c’è un silenzio assordante – ha detto Francesco Erratti, militante di Rete Kurdistan – e l’Italia, come confermano le vendite di armi di Finmeccanica-Leonardo, è connivente con la Turchia. Denunciamo il governo di Recep Tayyip Erdogan, terrorista e alleato dei jihadisti, per la campagna militare di Ankara nel nord della Siria”.
A preoccupare è il rischio di un ampliamento dell’offensiva a Manbij, Kobane, Tal Abyad, Ras al Ain, Qamishli e altre località del Rojava, la regione a forte presenza curda che si è conquistata negli ultimi anni l’autonomia di fatto da Damasco.
“Come attiviste e attivisti della Rete Kurdistan – si legge in una nota dell’organizzazione – questa mattina abbiamo chiuso con i nostri corpi le porte dell’ambasciata della Turchia a Roma. Questo atto vuole simboleggiare non solo una protesta contro le centinaia di arresti e soprusi che da anni denunciamo, subiti da chi si oppone alle politiche dell’Akp e del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Questo è uno degli atti volti a sostenere la vicinanza che l’intera società civile europea e ogni comunità curda nel continente, stanno attivando nei confronti del popolo di Afrin e della Siria del Nord, da anni in guerra contro Daesh, e dal 20 gennaio colpita duramente dai bombardamenti della Turchia nell’operazione militare chiamata ‘Ramoscello d’ulivo'”.
“Abbiamo compiuto questo gesto – continuano gli attivisti di Rete Kurdistan – per dare voce ad un popolo che da anni lotta per la pace, per la coesistenza tra etnie e culture diverse, per la liberazione della donna, per l’ecologismo sociale, in uno dei luoghi più martoriato dalle guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse. Nelle ultime ore anche i villaggi vicini a Kobane, la città baluardo della resistenza contro lo Stato Islamico sono stati attaccati dalla Turchia e dai suoi alleati jihadisti, che continuano a ignorare il cessate il fuoco approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Sporadiche sono le voci istituzionali che denunciano questo orrore, mentre Leonardo S.p.a, per citarne una delle tante industrie occidentali, continua a commerciare e fornire dispositivi militari che rendono l’Italia e l’Europa intera, complici di questo massacro, così come lo sblocco di altri 3 miliardi di euro dal Fondo Europeo, deliberato una settimana fa, destinati alla stessa Ankara per proseguire l’accordo sulla gestione del flusso migratorio sancito nel marzo 2016”.
“Vogliamo far sentire la nostra solidarietà – conclude Rete Kurdistan – con chi da anni lotta contro il terrorismo fondamentalista dell’Isis. Da qui rilanciamo la Giornata globale di Azione per Afrin che il 24 marzo vedrà iniziative in tutto il mondo. Questo è il nostro Newroz, il nuovo giorno della fine dell’oppressione. Afrin è ovunque, Roma è con Afrin”.

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