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La Cattedrale di Agrigento si sgretola: rischia di franare l'antica acropoli greca

Ormai ad Agrigento non si parla d’altro. Sembrerebbe che da un momento all’altro l’intero costone roccioso, sia sul punto di cadere giù rovinosamente.

Il costone che si teme possa crollare
Il costone che si teme possa crollare

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4 Dicembre 2017 - 15.25


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di Doriana Consiglio

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Frana, frana, frana. Ormai ad Agrigento non si parla d’altro. Sembrerebbe che da un momento all’altro l’intero costone roccioso, su cui oggi sorge la parte alta della città e che in antico ospitò l’acropoli della greca Akragas, sia sul punto di cadere giù rovinosamente.
Sembrerebbe, ma non ci sono certezze. Le voci al riguardo sono assai contraddittorie. La stessa storia di quel colle racconta di una frana attesa e paventata da almeno 400 anni e, in particolare, dei rischi a carico della Cattedrale che dal 1093 occupa la parte sommitale del costone. «Risale al 1596 il documento che testimonia i primi dissesti sulla facciata ovest: “una parte del muro verso occidente dove sta la porta maggiore si è aperta talmente che dubitiamo, hora per hora, da cascare il che sarebbe per mettere a terra tutta la chiesa”. Già allora il Capomastro consigliava l’esecuzione di sondaggi per scoprire la causa di tali dissesti» (Relazione-storica.pdf, pag. 3).
Così nel XVI secolo e, a partire da quello, non c’è stato secolo che non abbia visto i vescovi agrigentini allarmati correre ai ripari per il rischio crollo della loro ecclesia mater e altrettanti professionisti mettere in campo intuito e competenza nel tentativo di contenere i danni alla struttura. Sondaggi (primo decennio del 1600), interventi su lesioni (1620), puntellamento del lato nord e risarcimento delle colonne a ovest (1751-1754), costruzione di bastioni sul lato nord e rinnovo delle fondamenta (1823-1835), consolidamento dell’angolo nord-ovest (1844-1860); costruzione di due contrafforti addossati all’abside centrale e intervento sulla fondazione (1882); riparazione dei tetti (1889-1894) e via dicendo. Gli interventi nel tempo non si contano quasi più e forse a quelli impropri, avendo arrecato piuttosto nocumento che beneficio all’impianto originario, sono addebitabili gran parte delle cause del dissesto che oggi tiene col fiato sospeso la città.
Quel che è certo, e per alcuni versi consolatorio, è che la nostra frana sembrerebbe muoversi soltanto di pochi millimetri l’anno. In 400 anni, dicono i dati, avrebbe prodotto complessivamente uno scivolamento di novantasei centimetri. Proprio sull’evidenza di questo dato fanno leva i tecnici che negano l’esistenza dell’evento franoso e ridimensionano la portata del problema a un dissesto idrogeologico causato da una cattiva regimentazione delle acque antropiche e meteoriche.
Frana sì o frana no. Il derby calcistico delle opposte opinioni ha ormai spaccato le tifoserie della città. A partire dalla marcia organizzata il 3 novembre u.s., che ha portato in città autobus pieni di tifosi provenienti dalle parrocchie dei 43 Comuni dell’arcidiocesi a sostenere la squadra Frana-sì, anche l’informazione locale ha deciso di seguire l’evento scegliendo di contrapporre i tecnici delle due squadre con una faziosità assai più che imbarazzante.
Queste le formazioni in campo. La squadra Frana-sì, composta da quanti sostengono che l’evento franoso sia attualmente in corso, vanta in attacco Curia e Comune, tecnico l’ing. Giuseppe Riccobene, portavoce l’arch. Silvia Licata. È la squadra con il maggior numero di tifosi, la più rappresentata sui media e quella che non disdegna di fare terrorismo sui rischi incombenti sulla città, malgrado all’interno della stessa militino pure coloro che hanno rilasciato le licenze per la costruzione di quegli immobili (vd. il museo diocesano) di cui ora a gran voce si chiede l’abbattimento. La squadra Frana-no ruota intorno a un tecnico utopista e visionario: un anziano professionista, casualmente tra i più seri e preparati nel settore del recupero dei Beni Culturali, con all’attivo oltre quarant’anni di esperienza professionale. La sua squadra è composta da un piccolo manipolo di intellettuali sognatori e visionari quanto lui, meno agguerriti della squadra antagonista ma forse più fiduciosi nell’onestà intellettuale e nella competenza tecnica del loro ‘capitano’. Per chi ne avesse curiosità trova su You Tube una breve (e imparziale?) presentazione delle squadre in campo.
La strategia di gioco/relazione tecnica dell’ing. Cutaia si presenta disarmante nella sua semplicità. Insiste sull’evidenza dell’umidità, che ammalorando le superfici murarie, crea «una serie di danni estetici e statici: scrostamento degli intonaci; sfarinamento delle malte di collegamento dei conci di calcarenite tufacea; imbibizione dei muri e rilascio di vapore acqueo all’interno degli edifici, muffe; lesione dei muri e cedimento delle fondazioni per diminuita portanza del terreno imbibito». Una pecca, se proprio la si volesse trovare, potrebbe consistere nell’esiguità delle risorse richieste per mettere in sicurezza il costone. Appena 20mila euro e nessuna parcella, a fronte di 1 milione e 893mila euro richiesti dalla squadra avversaria per la sola progettazione (fonte). Ma tant’è, l’onestà intellettuale ha spesso il cattivo gusto di accompagnarsi a pragmatismo e moderazione.
L’altra squadra non svela le sue carte. Forte di consenso e possanza, il tecnico fa sapere dagli spogliatoi che: «Il negazionismo su fatti assolutamente pacifici, descritti in maniera seria e scientifica già dagli americani nel dopoguerra e poi nel post frana del 66, mi pare un’attività oltremodo deleteria e, quindi, non meritevole di confronto e neppure di divulgazione mediatica. Non sono abituato a parlare male dei colleghi, quindi non vado oltre. Mi piacerebbe, però, che di queste cose si occupasse la commissione di disciplina dell’ordine professionale a cui è iscritto il distinto signore intervistato: non ci si può permettere tanto. Se qualcuno non se ne fosse accorto, siamo nel 2017». Deontologicamente scorretta, ma tristemente funzionale a eccitare le tifoserie, la dichiarazione battuta sui social prepara un terreno di gioco in cui delegittimazioni e colpi bassi rischiano di decidere l’esito di questa competizione affatto sportiva.
Questi giorni di fine campionato (l’erogazione della coppa trofeo/finanziamento è prevista per il mese di dicembre) hanno visto scendere in campo per la squadra Frana-sì anche il geologo Antonio Calamita (sua l’intervista su Guarda qui) per ribadire la fondatezza delle ragioni sostenute dalla portavoce Silvia Licata, che dal canto suo aveva ribadito la fondatezza delle ragioni sostenute dalla Protezione Civile in una relazione tecnica datata dodici anni prima (22 luglio 2005). Presentato come un esperto che «si interessa della “vicenda cattedrale” da tanto tempo», fa strano che il geologo scelga (scientemente?) di non fare alcun riferimento alle relazioni prodotte dal suo illustre collega G.B. Floridia, componente della Commissione Tecnica presieduta dall’ingegnere Grappelli e nominata dal Ministero LL.PP. all’indomani della grande frana che sconvolse la città (1966).
Nel Rapporto Geologico sul Duomo di Agrigento, presentato nel febbraio 1969, il dr. Floridia indicava tra le cause concomitanti del dissesto: «i corpi aggiunti al Duomo lungo il lato settentrionale con il probabile intento di consolidarle, sia come dipendenze, sia come speroni o contrafforti massicci che hanno invece appesantito il lato cedevole dell’edificio; […] la mancanza di qualsiasi protezione o rivestimento boschivo sulla parte alta del versante». Tra i provvedimenti per consolidare il Duomo, oltre le sottofondazioni e le cuciture per cui nel dicembre dello stesso anno fu approntato un progetto che venne approvato nell’agosto 1971, si suggeriva di provvedere al «fitto rimboschimento dello stesso con alberi a radice fittonante (ottimo l’eucalipto che qui non verrebbe a turbare in modo alcuno il paesaggio) per una fascia larga almeno una trentina di metri». Quel Rapporto concludeva, poi, con una raccomandazione: «Attenzione particolare, infine, si consiglia dedicare allo scarico della acque meteoriche raccolte dai tetti, le quali in nessun caso devono essere lasciate fluire sul versante argilloso o scaricate nelle cavità sotterranee, ma devono invece essere immesse nella rete fognante».
Da allora sono passati quasi cinquant’anni e, negligenza o disattenzione, hanno fatto dimenticare i buoni consigli a quel tempo offerti alla città. È sufficiente un’indagine superficiale dei luoghi per accorgersi come quei suggerimenti siano stati palesemente ignorati. Di rimboschimento nessuna traccia: gli alberi presenti oggi sul costone si contano sulle dita. Assai presenti, al contrario, palesi tracce di umidità di risalita sulle strutture murarie che lascerebbero supporre anche il cattivo convogliamento delle acque meteoriche.
Parafrasando Cecco Angiolieri, s’i’ fosse arbitro assegnerei a tavolino un gol alla squadra Frana-no, s’i’ fosse amministratore chiederei agli attaccanti della Frana-sì le ragioni della loro quarantennale inadempienza, ma da semplice osservatrice, com’i’ sono e fui, mi limiterò solo a incrociare le dita. Il campo di gioco è pronto e il pubblico ha già gremito gli spalti. Che la vittoria arrida ai migliori. Quale che sia l’esito finale della competizione, la città ha già perso. E non solo da ora

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