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Modella sequestrata e messa in vendita su un sito porno: liberata dalla polizia

La giovane messa in vendita sul deep web per 300mila euro. Lʼipotesi di un gruppo organizzato che "commercia" schiave del sesso

Modella sequestrata
Modella sequestrata

globalist

5 Agosto 2017 - 08.22


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Protagonista di questa terribile storia è una 20enne modella britannica che è stata sequestrata per una settimana e messa in vendita per 300mila euro sul deep web come possibile schiava sessuale. Il suo carceriere, un polacco, è stato arrestato ma dietro di lui si potrebbe celare un pericoloso gruppo organizzato denominato “Black death” (“Morte nera”).

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Tutto è cominciato l’11 luglio quando la protagonista della vicenda è stata attirata a Milano per un finto (ma lo ha scoperto suo malgrado dopo) set fotografico. Atterrata a Linate si è subito diretta via Bianconi 7, in zona Navigli. Qui la ragazza ha trovato in un appartamento il set organizzato da quello che sarebbe diventato il suo carceriere. Un polacco, che l’ha prima drogata e poi ha creato l’annuncio nel deep web, l’internet parallelo dove si commercia illegalmente, nel quale appunto la giovane era stata piazzata a 300mila euro pagabili in bitcoin.
Per sette giorni la 20enne è stata nelle sue mani. Ma il suo agente non è stato fermo, non avendo più sue notizie ha fatto scattare la denuncia tramite il consolato. Frenetiche le indagini nel riserbo più totale. Poi, la misteriosa decisione del polacco. Il 17 luglio libera la ragazza adducendo come motivazione il fatto che la sua rapita aveva un figlio di due anni e le sue “regole” escludevano la vendita di madri. Ma prima di rilasciarla l’ultima minaccia: “Non parlare con nessuno, fammi avere 50mila euro o ti eliminiamo”.
Il polacco porta quindi la 20enne al consolato britannico dove intende depositarla per poi fuggire. Non sa però che lì ci sono gli uomini della Squadra Mobile ad attenderlo. Qui finisce l’incubo della modella e inizia la fase processuale perché i pm Ilda Boccassini e Paolo Storari chiedono l’incidente probatorio per interrogare subito i protagonisti e cristallizzare i ricordi, soprattutto della vittima.
Il dna fornisce delle prove schiaccianti: il capello della vittima trovato nel bagagliaio del fermato assieme ovviamente alle sue tracce, i riscontri tossicologici nel sangue della modella con tracce di ketamina (farmaco usato per stordire i cavalli), i telefoni e computer che dimostrano come l’annuncio e le richieste di denaro siano partiti dai dispotivi del polacco e infine le foto della casa-lager che immortalano la 20enne ammanettata e stordita.
Il polacco confessa di essere il rapitore ma l’indagine è ancora più ampia. La paura è che il gruppo “Black death” non sia solo una leggenda metropolitana. Forse esiste davvero un’organizzazione che rapisce ragazze e le mette in vendita sul web. Forse non si tratta più di finzioni cinematografiche e allora c’è di che aver paura davvero.

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