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Vaccini: quando il Rolex diventa strumento di lotta politica

Per molti politico come l'onorevole Sibilia un insulto, un sottinteso, un'accusa vaga ma grave, valgono molto di più che un ragionamento lineare

Lorenzin
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Diego Minuti

9 Giugno 2017 - 19.29


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Il percorso politico dell’on.Carlo Sibilia, elemento di spicco del movimento 5 Stelle, è paradigmatico di un modello di comportamento che sta prendendo sempre più piede nella più giovane classe dirigente del Paese, secondo la quale un insulto, un sottinteso, un messaggio trasversale, un’accusa vaga ma grave, valgono molto di più che un ragionamento lineare, dove a ciascuna frase corrisponde un assunto inequivocabile. Ma, evidentemente, per chi ancora ricorda la vecchia politica, quella dei discorsi da statista e non degli insulti da strada, questa evoluzione del linguaggio parlato e scritto è difficile da metabolizzare.

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Il riferimento all’on.Sibilia è d’obbligo perché l’esponente grillino ha preso posizione, con durezza, sul decreto legge con cui il ministro della Sanità, Lorenzin, ha istituito l’obbligatorietà dei vaccini per i bambini. Fermo restando che Sibilia ha diritto, anzi l’obbligo di rendere note le sue idee e di difenderle, il parlamentare a 5 Stelle ha condito le sue dichiarazioni (su un post du Facebook, ca va sans dire….) con una affermazione, a mio modestissimo parere, degna di approfondimento, non sulle motivazioni che l’hanno generata, ma sul modo scelto per rafforzarla.

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”Il vaccino obbligatorio ed immediato deve essere quello contro la follia del ministro della Salute, Lorenzin”, ha scritto Sibilia, e sin qui siamo nella lecita espressione di un dissenso. Il bello/brutto viene dopo quando Sibilia ha chiosato, usando una domanda retorica:”Chissà se un giorno verremo a sapere quanti Rolex ha ricevuto il ministro per scrivere questo decreto irricevibile”. Affermazione che, evidentemente, si rifà alla vicenda dell’ex sottosegretario Vicari, dimessasi per avere ricevuto in regalo un Rolex da un armatore siciliana per una vicenda ancora all’esame della magistratura inquirente. Le parole di Sibilia sono d’effetto, volutamente sfregianti, scelte con cura per colpire, ma generano in chi grillino non è (e quindi poco abituato alle effervescenze lessicali dei pentastellati) il dubbio o forse la certezza che il parlamentare è andato oltre il garantito esercizio di critica, in politica innanzitutto. Traducendo le parole di Sibilia, si può affermare, senza tema di incorrere in una errata interpretazione, che, sia pure sotto forma di angosciato interrogativo di cui si fa intendere benissimo la risposta, il parlamentare accusa il ministro Lorenzin (che ha già annunciato querela) di essersi fatta corrompere appunto con alcuni Rolex. Laddove con la nota marca di orologi si intende un passaggio di denaro o altro in cambio di un decreto che favorisce le case farmaceutiche (le uniche, a lume di logica, che possono trarre benefici economici dal provvedimento).

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Ora: se l’on.Sibilia è sicuro, come pare che sia, delle cose che dice, esca allo scoperto e si presenti alla procura di Roma per denunciare il ministro di Lorenzin e, con essa, i titolari di tutte le case farmaceutiche che forniranno i vaccini. Se l’on.Sibilia è sicuro, presenti, come primo firmatario, una mozione di sfiducia personale contro il ministro e ne spieghi i contenuti in Parlamento, ivi comprese le prove inoppugnabili della corruzione. Se l’on.Sibilia è certo d’essere nel giusto, non si nasconda dietro il comodo paravento dell’immunità derivatagli dal mandato parlamentare e risponda in un’aula di giustizia – da attore o convenuto, decida lui – delle cose che ha detto. Il case delle parole di Sibilia, purtroppo, è l’ennesimo esempio di come ormai la dialettica in Parlamento e fuori si riduca quotidianamente all’esercizio della contumelia che appare, più che un modo diverso di propalare le proprie idee, come la conferma che non si rispettano le Istituzioni e gli uomini che ne fanno parte. E nemmeno la rivalità politica giustifica questo stato di cose. Sibilia può essere contro il decreto sui vaccini, ma su di esso faccia una battaglia politica, puntellata da elementi di certezza e, di conseguenza, lasci ad altri che parlamentari non sono il becero gusto dell’insulto. Accusare chicchessia di corruzione passiva è grave se non si portano elementi che confermino tale con contestazione.

In un’aula, di giustizia non parlamentare, Sibilia, se ne ha le prove, inchiodi il ministro Lorenzin alle sue responsabilità e contribuisca a cacciarla non dal governo ma dal consesso civile. Ma se il ministro non ha fatto quello di cui il parlamentare grillino l’accusa, allora Sibilia sia conseguenziale e si sottoponga, lui, spontaneamente, al giudizio della gente, non sulla sua opposizione al decreto, ma alla libertà che si è autoconcesso di accusare senza prove. Sapendo di Sibilia poco o nulla, ho chiesto informazioni alla rete e le risposte mi rimandano ad un cultore di singolari teorie (lo sbarco sulla Luna? Una colossale bufala, sostiene) o di proposte sconcertanti. Come quando, propose che il parlamento discutesse ”una legge che dia la possibilità di contrarre matrimonio (o unioni civili), a sposarsi in più di due persone e la possibilità di contrarre matrimonio (o unioni civili) anche tra specie diverse purché consensienti (nessun rifuso, scrisse proprio ‘consensienti’)”.

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Una proposta, se il testo corrisponde a quel che passava realmente per la testa di Sibilia al momento di redigere il contenuto, che chiede luce verde a matrimoni tra persone dello stesso sesso (e sin qui nulla quaestio), alla poligamia (qui siamo nella stravaganza, ma ancora accettabile). Il lacerante quesito riguarda il capire se Sibilia, sostenendo la libertà di matrimonio tra specie diverse, guardi come pare all’uomo ed ad altri esseri viventi del pianeta. E la logica porta dritti agli animali. Quindi, oltre ai registri delle unioni civili, dovranno essere istituiti dei registri per le unione interspecie, anche se, personalmente, ho qualche dubbio pensando in che lingua l’ufficiale di stato civile chiederà ai nubendi se sono convinti della loro scelta. A meno di equiparare un ululato, un belato, un chicchirichì ad un bel ”sì”.

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