Come nel 1974 la mia nonna sarda difese la legge sul divorzio

Classe 1906 conosceva tante storie di donne abbandonate dai mariti in grandi difficoltà. E scelse i diritti.

Referedum sul divorzio del 1974

Referedum sul divorzio del 1974

Desk 12 maggio 2017

di Giovanna Casagrande


L’impegno civile spesso è una eredità, ringrazierei, se potessi ancora, la mia famiglia che ha sempre consentito a noi figli di impegnarci in tutti i campi, politica compresa, sin da giovanissimi.
Ho ricordi bellissimi di campagne elettorali, di discussioni politiche, di scontri ruvidi fra mio padre, i fratelli e cognati.
Ho un ricordo vivissimo del periodo in cui si parlava del divorzio introdotto in Italia nel 1970, ma come spesso accade, la politica si spaccò e la legge Fortuna fu messa subito in discussione e si arrivò al referendum abrogativo del 1974.
Giovane come ero non capivo perché alcuni comunisti non vedessero di buon occhio la legge, ascoltavo i discorsi delle “compagne” di allora che vendevano l’Unità porta a porta, mio padre era democristiano, ma ricordo benissimo delle giovanissime di allora che erano favorevoli alla legge e si spendevano per il No.
Certo che per una adolescente curiosa era difficile trovare un punto di riferimento, vedevo però le donne giovani determinate, anche alcuni uomini che ricordo con affetto pur avendoli persi, alcuni di vista, altri per sempre.
Una delle figure che ricordo maggiormente è un professionista nuorese che diventò famoso sia per l’esercizio della professione, che per il suo impegno nel campo dei diritti civili.
Un pomeriggio arrivarono a casa una signora che conoscevo e un signore mai visto prima, si trattava dell'avvocato Guiso, impegnato sul fronte del No, sedettero in salotto lui, l’amica, mia madre e mia nonna, io vagavo fingendo indifferenza ma fui invitata a sedermi con loro.
Mia madre preparava il caffè e mia nonna parlottava con i due ospiti, era nata nel 1906, rimasta vedova con tre bambine di cui una in fasce, mia madre, non ebbe altri impegni che prendersi cura di loro e lavorare, la prima volta che votò fu la prima volta per tutte le donne italiane.
Disse in seguito che pur non avendo dimestichezza, andò a votare per mandare via il re.
La conversazione di quel pomeriggio cadde sul referendum, mia nonna disse che a lei non interessava, che ormai era vecchia e che a lei di divorziare non gliene sarebbe mai importato, che a Domenico preso glielo aveva il destino,con l’aiuto della maledetta guerra, e che mai gli fu riconosciuto l’incidente che poi ne causò la morte.
L’avvocato Guiso prese le mani di mia nonna fra le sue”Zia Michè, tenies resone, azes traballa tottu sa vida e nemos lu podet negare, biuda e forte, ma pessae a B,pessae a tottu sas feminas chi no sun biudas ma depen pesare sa familia chene s’azudu de nemos, feminas abandonadas dae sos maridos, chene domo, dinare, tutela”
La discussione si animò, mia nonna davanti a esempi di donne, alcune da lei conosciute e che sapeva abbandonate da mariti, senza denaro, senza assistenza, con figli da crescere precariamente,diventò divorzista.
Il giorno capii perché le donne della mia famiglia avevano cura di un paio di signore che stavano "pejus de essere biuda".
Capii anche che le battaglie, per essere vincenti, devono essere condivise, e le figure degli uomini che sostenevano il No alla abrogazione del divorzio, continuarono a lottare insieme alle donne anche per la approvazione della 194.
Sono gli esempi che contano? Non lo so, so solo che nei miei ricordi spiccano figure femminili e maschili che hanno contribuito, con il loro esempio, alla mia formazione, hanno alimentato il mio senso di responsabilità.