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Generazione Z? Giovani trasformati in informi consumatori

Ghetto ideologico di ventenni disorientati, ammorbati, aggrappati al suono della notifica e ai numeri dei mi piace

La generazione Z
La generazione Z

Irene Gianeselli

4 Maggio 2017 - 19.52


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La chiamano Generazione Z ed è curioso che abbiano scelto l’ultima lettera dell’alfabeto per raggruppare in un vero e proprio ghetto ideologico i nati tra il 1996 e il 2010: in realtà molti dei comportamenti e delle mode che appartengono a questa classe sono diffuse anche tra i trentenni e tra chi è nato dopo il 1996.

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Scrivo ghetto perché nei tormentoni pensati per questa classe (farei bene a scrivere massa) il termine ricorre spesso in maniera astorica e decisamente indecente per raccontare non si sa bene quale quartiere di quale città contemporanea, tanto che a volte viene proprio da scuoterli e chiedere loro “Non siete quelli che viaggiano con un click, voi? Di quale ghetto parlate? Chi vi ha messo in bocca questa parola?”.

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Scrivo ideologico perché ideologia con politica e cultura è una parola scomoda, urticante, che quasi nessuno vuole più pronunciare ma che si preferisce subire nella sua forma moderna.
“Chiamateci al voto, non chiamateci affatto va bene lo stesso: purché non la si chiami ideologia” potrebbe benissimo essere lo slogan degli ultimi trent’anni di vita politica (non in senso etimologico in questo caso) italiana.

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Questo ghetto ideologico era già pronto, arredato anche con gusto (prevedibile ed estremamente kitsch), prima ancora che nascessero quelli che oggi sono ventenni disorientati, ammorbati, aggrappati al suono della notifica e ai numeri (quelli dei contatori delle condivisioni dei post e dei relativi mi piace per cui respirano).

È una generazione di condannati al silenzio per quanto si affannino a riempirsi gli occhi di immagini e la testa di frasi rubate acriticamente ad altri (anche con false attribuzioni, mescendo punti di vista del tutto differenti in un liquore qualunquista d’annata) e questi giovani sono condannati al silenzio più dei loro genitori e dei figli che, forse, tra uno spam e l’altro riusciranno a concepire (del tutto accidentalmente, probabilmente non sapranno spiegarsi nemmeno come sia accaduto) mentre cercano il modo per fare fuori il collega di turno: perché devono anche fare carriera.

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Silenziosamente ma con prepotenza, senza farsi troppo notare devono ambire e prendersi posizioni di tutto rispetto: del resto già nella culla cominciavano a ricevere voti, per tacere della scuola e dell’Università. Dal voto al like è un click, così nasce il buono studente e così creperà il buon cittadino.

Il silenzio degli indecenti, perché innocenti non sono, l’hanno perduta l’innocenza prima ancora di averla, venduti dal mercato per cui addirittura a volte producono loro stessi una merce da spacciare ai coetanei. Indecenti, perché convinti che non ci sia altro modo per guadagnarsi il proprio spazio nel mondo.

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Eccoli che sfilano al mattino con gli Iphone che coprono i volti, quasi come delle maschere. Eccoli con le cuffiette nelle orecchie che evitano il contatto visivo e fisico: sono i ventenni condannati ad essere usati (da chiunque voglia usarli) come vuoti manichini di propaganda, imbottiti di sapere nozionistico e finalmente cavie passive e beatamente insoddisfatte del marketing.

Magari questa insoddisfazione, però, li salverà: perché purtroppo rimangono umani e un minimo di personale senso di inquietudine l’essere umano non può perderlo, nonostante tutto. Chi l’avrebbe mai detto che non la bellezza, ma l’inquietudine, quella che muove i personaggi di Bioy Casares e li sveglia dall’usurante comodità di non sperare, chi avrebbe mai detto che quella inquietudine potrebbe salvare l’umanità?

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La chiamano Generazione Z, è una beffa e ha anche del comico: la Z di Zorro (lo spadaccino mascherato, nato dalla penna di Johnston McCulley che dopo avere vinto i suoi avversari, li marchiava con la propria iniziale) significava libertà, ribellione, rivoluzione, difesa del più debole e del proletario.
Oggi Z potrebbe benissimo significare zero: le maestre a scuola ci rimproveravano se non sapevamo che lo zero è un numero ma applicato all’umanità è un numero che mostra la pienezza del nulla, è una negazione, una inibizione.

È inevitabile pensare a Germania anno zero, il film di Roberto Rossellini che si chiude con il suicidio del ragazzino: quel ragazzino non potrà mai più essere innocente tra le macerie della Berlino nazista e credo che questa sia una immagine abbastanza forte per spiegare perché è così stroncante, anche solo per illazione, cucire nella mente di un giovane l’immagine dello zero.

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Applicato all’umanità, qualsiasi numero, così come qualsiasi lettera, rimane un codice, come quello che troviamo sulle buste di plastica degli alimenti al supermercato o quello che marchiava gli ebrei e tutti coloro che non fossero desiderati nei KL (altre lettere, per abbreviare Konzentrationslager): zingari, comunisti, omosessuali, le così dette minoranze.

Ad ogni modo, questi giovani non sembrano così spaventati dal marchio che ogni etichetta porta silenziosamente con sé, né dallo zero, tanto che ne fanno quasi un manifesto quando si descrivono e si mostrano tra gli adulti che tanto li disgustano.

Zero interesse per la Storia (mi è recentemente capitato di sentire un ragazzino ripetere ossessivamente che “I giovani devono parlare solo dei problemi dei giovani”), zero partecipazione (ho anche sentito “Voglio andare via dall’Italia perché i politici sono tutti ladri e questo Paese fa schifo”), zero consapevolezza e zero deve essere anche il risultato in ambito affettivo, oggi è di moda parlare di friendzone: come ridurre l’amore, anche quello non ricambiato, ad una moda per distrarsi dalla difficoltà che è condividere qualcosa di così intimamente inafferrabile con un’altra persona.

Lo zero interiore si contrappone all’ansia di imporsi ad un numero sempre più alto di followers (e anche in questo caso: questione di zeri, più ce ne sono dopo un altro numero da 1 a 9, meglio è).

È una schizofrenia che non può che nascere dalla costante mancanza di incontro (e perché no, scontro) dialettico a cui vengono abituati i giovani: è più comodo vomitarsi addosso stereotipi, formule sentite o lette sulla homepage di Facebook, è più comodo nascondersi nelle poche idee volutamente confuse degli urlatori da tastiera o di chi per loro. Tutto questo lo vedono fare dagli adulti, da quelli famosi e per questo importanti.

Del resto, anche nei teatri e al cinema la volgarità a buon mercato è sdoganata: la vita è un apostrofo sbiadito tra la violenza fisica e quella verbale.
Quante volte si vedono applaudire spettatori entusiasti a spettacoli che stuprano le drammaturgie di autori che mai, potendo scegliere, avrebbero voluto vedere rappresentati così i propri testi?
Quante volte si vedono attori soddisfatti di questa pubblica e grottesca messinscena delle proprie frustrazioni?

L’individualismo, ecco il nuovo oppio ma forse non esiste nemmeno un popolo: esiste il consumatore che sia giovane o vecchio, poco importa purché si venda.

La chiamano Generazione Z anche e soprattutto nel tentativo, spesso riuscito, di creare una massa che possa riconoscersi senza nemmeno guardarsi in faccia (del resto, devono controllare il loro profilo su Instagram questi ragazzi, poveretti non hanno tempo per guardarsi negli occhi).

Questa massa di volti segnati dalla noia, dal fastidio quasi di doverci essere.
Questa massa di ragazzine tutte uguali, vestite e pettinate, perfino tatuate allo stesso modo, che hanno quindici anni ma è come se ne avessero quaranta ben portati per via del trucco che le rende spente, mostruose nel loro erotismo aggressivo, a volte anche da maschiaccio violento.

Questa massa di ragazzini sciatti, volgari, instupiditi dalla televisione che guardano per prendersi una pausa da Youtube o da Netflix (c’è la moda di seguire storie in serie con un misto di devozione e dipendenza), questi consumatori indefessi di storytelling che smaniano per andarsene (dove non si sa, ma lontano da dove sono nati sicuramente), che cercano la trasgressione ad ogni costo o giocano a fare gli intelligenti, i seri, riproponendo, senza fare troppo caso al contesto, stralci di discorsi che hanno sentito dai loro genitori. Fulgidi esempi di un provincialismo globalizzato.

Questi giovani dall’arroganza melliflua, mascherati di una inautentica semplicità, posticci, questi giovani che, incoraggiati più o meno consapevolmente da quegli stessi padri di cui vogliono prendere presto il posto, pretendono di crescere in fretta senza però assumersi delle responsabilità, pretendono di “Fare esperienze”: oggi si dice così e lo dicono anche i genitori.
“Mio figlio deve fare esperienze”.
Questo fare esperienza, perdonatemi, assomiglia troppo ad uno sfiorire, ad un perdere i petali palpitanti in cambio di fronde secche.

Eppure oggi non si uccidono i padri, né i padri uccidono i figli.
Oggi i padri si liquidano con quello stesso silenzio che condanna la Generazione: ma è troppo comodo dire che i padri non ascoltano, che i padri non capiscono, non sanno. Essere giovani è un momento della vita che hanno vissuto tutti gli esseri umani: come è ridicolo pensare che un novantenne, magari partigiano a vent’anni o poco più, oggi non possa più sapere cosa significhi essere giovani.

È semplicemente ridicolo.

Nonostante la Storia cambi, le piccole storie umane si ripetono.
Perché mai un ventenne di oggi dovrebbe rinunciare a comunicare con un novantenne o con un sessantenne e privarsi così di sapere come sono state le gioventù di altre persone?
Perché un giovane oggi dovrebbe essere beato nel chiudersi esclusivamente nel proprio tempo?
Non è forse una immensa possibilità quella di potersi incontrare e conoscere la Storia?
È più comodo invece dividere le masse: da una parte gli inesperti arroganti, dall’altra gli adulti dalla coscienza rigurgitante. Se queste due masse non si mettono in discussione, ma si limitano ad accusarsi di una colpa (va bene una colpa qualsiasi: dal tracollo economico all’estinzione di una specie protetta), il gioco è fatto.
Ci si può dimenticare del passato, ci si può affacciare al baratro che diventa così il futuro: guai, guai a immaginare di vivere qui e ora con queste premesse.

Avanti così. Da una parte la giovinezza perfino anacronisticamente fascista, razzista e individualista che anziché intonare “Eia! Eia! Alalà!” intona “Tutto molto interessante”.
Dall’altra la maturità altrettanto disorientata che vive di sensi di colpa e ingurgita antidepressivi per fare tacere la consapevolezza di non riuscire a sostenere nemmeno una semplice conversazione su quanto la primavera sia instabile, una maturità che nasconde in un passato di cui ha un ricordo vago e contraddittorio.

Non c’è scampo: questa inconsistenza spirituale fa marcire le radici, i rami sono già secchi.
Di fronte a tutto questo non è permesso essere ingenui, né ci si deve accontentare di scegliere tra il qualunquismo ammorbato e la nostalgia di quello che avrebbe potuto essere e non è stato.
Si potrebbe benissimo dire che sto generalizzando, che esagero e non è il caso di infierire così tanto su una Generazione di persone che oggi hanno vent’anni, ma che poi, volenti o nolenti sicuramente cambieranno perché sarà necessario cambiare.
Eppure, quando dovranno cambiare e cominciare a ragionare per forza di cose con la propria testa, forse non ci sarà più nemmeno una umanità a cui rivolgersi.

Dovete perdonarmi se parlo di una massa di giovani, ma è la questione generazionale in sé che pretende di essere generalista. Forse dovremmo proprio smettere di parlare di generazioni da etichettare con codici e numeri. Forse dovremmo ricominciare a discutere di persone, rispettandole. Non di uomini, non di donne: di persone, di persone che hanno vite, sogni, speranze, paure diverse, ma che proprio per questo possono dirsi vive. Di individui singoli che non devono essere gestiti, ma lasciati liberi di incontrarsi e di esprimersi.
Perdonatemi, ma non generalizzo: è la questione generazionale che pretende di essere generalista, ed è per questo che oggi vengono proposti modelli e prodotti culturali fragili per contenuto e forma, farciti solo di buoni sentimenti, prodotti che rinunciano a fare appello alla capacità razionale e critica dell’individuo.

Il sentimentalismo ed il pietismo fanno parte del sistema pubblicitario creato appositamente per ridurre questa Generazione al silenzio.

Dategli un motivo per piangere, per sentire la fragilità che non riescono a confessarsi in un altro corpo, lasciate che si identifichino in falsi miti prodotti da qualcun altro, lasciate che non abbiano più sogni, che pensino pensieri già confezionati, lasciate che si chiudano nella gioventù come in un ghetto oscuro, lasciate che crescano convinti di essere già grandi, lasciate che credano di avere abbastanza dubbi per essere pronti ad affrontare qualsiasi cosa, lasciate che consumino i prodotti che avete preparato per loro nocivi o meno che siano.
Lasciate che possano vivere di incubi, lasciate che si sentano soli, non capiti, senza possibilità di comunicare. Lasciate che demonizzino i genitori, la famiglia, la città, la strada, chi è strano perché non si presenta come sono abituati a presentarsi loro. Lasciate che, in un modo o nell’altro, assumano la forma dello stereotipo che avete costruito per loro: la diversa, la brava ragazza, la puttanella, la santa, la stronza, il bravo ragazzo, il donnaiolo, il cretino, lo stronzo, il diverso. Svezzateli cinici, violenti.

Credo sia necessario cominciare a difendere gli indesiderati, quei giovani in minoranza, quelli autentici. Quelli che studiano e vogliono capire. Quelli che danno un peso ad ogni singola parola e non per marketing, quelli che sono ancora capaci di andare in un negozio per comprare una maglietta e non di farlo attraverso una app. Quelli ancora capaci di mangiarsi una pizza con gli amici, invece di ordinare cibo da JustEat. Quelli che credono alla carne, alle ossa, ai capelli, alle mani. Quelli che difendono sentimenti ed emozioni con lo stesso coraggio con cui difendono il proprio desiderio di esserci. Quelli che protestano, perché vogliono sapere e si rifiutano di accettare una cultura di propaganda, buonista. Quelli che protestano perché non accettano che la cultura sia una cosa e la vita un’altra. Come se l’autentica cultura non fosse un mezzo raffinato per comprendere ed esercitare la vita, ma fosse solo un mezzo per vendere una virtualità capace solo di allontanare chi l’acquista da se stesso, dalla sua carne, dal suo sangue, dalla carne degli altri, dal sangue degli altri.

Ci credete ancora alla carne e al sangue?

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