Taranto, offerte d’acquisto: è duello sull'Ilva

Presentate le buste con le offerte vincolanti. Ma sono ancora molti i nodi. Non ultimo quello ambientale.

Ilva

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Fulvio Colucci 7 marzo 2017

di Fulvio Colucci


Avvolte, almeno nelle parti essenziali, in una specie di cortina fumogena, da ieri sono sotto la lente d’ingrandimento dei commissari governativi, Piero Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carruba, le offerte d’acquisto per l’Ilva di Taranto.


Consegnate nel pomeriggio a Roma al notaio Piergaetano Marchetti, le buste con le offerte vincolanti, trasmesse all’advisor finanziario del gruppo siderurgico, Rotschild, riguardano l’acquisto degli stabilimenti Ilva in Italia, in particolare di quello più grande, l’acciaieria di Taranto.


Nessuno sa, fino ad ora, il prezzo proposto per l’acquisto delle aziende del gruppo e della fabbrica pugliese in particolare. Al di là della pretattica, sulla storia dell’Ilva pesa la svendita ai Riva da parte dello Stato, nel 1995. La famiglia si prese tutto spendendo “solo” 1460 miliardi di lire.


Le manovre messe in atto dai contendenti hanno confermato trattarsi di un duello tutto indiano per la successione alla famiglia Riva, proprietaria dello stabilimento fino al 2012, anno in cui la magistratura lo sequestra durante l’inchiesta sul disastro ambientale. L’Ilva fu poi commissariata.


La sfida è fra Arcelor Mittal, multinazionale leader europea della produzione d’acciaio (guidata dall’indiano Lakhsmi Mittal) e Jindal south west, gruppo indiano che vuole entrare, con l’acquisto dell’Ilva, nel mercato del vecchio continente varcando la porta principale. Arcelor Mittal. Entrambi i gruppi guidano le cordate interessate all’Ilva: Arcelor Mittal è leader con l’85 per cento della joint venture col gruppo Marcegaglia (15 per cento) chiamata Am Investo Italy; Jindal guida con il 35 per cento il consorzio Acciaitalia comprendente il gruppo Arvedi (10 per cento) e, alla stessa quota di partecipazione azionaria del 27,5 per cento, la Cassa depositi e prestiti e la finanziaria del gruppo Del Vecchio (Delfin).


Si diceva del carattere piuttosto nebuoloso delle proposte d’acquisto avanzate. Solo Arcelor Mittal ha comunicato ieri, prima dell’apertura delle buste, che intende investire 2,3 miliardi a Taranto per la produzione di acciaio di qualità e con nuove tecnologie a bassa emissione di anidride carbonica. Nessuna cifra da Jindal sugli investimenti. Del gruppo indiano restano le parole del presidente Sajjan Jindal: “Raggiungeremo il pareggio in tre anni, arriveremo a produrre 10 milioni di tonnellate d’acciaio, 6 delle quali con il ciclo integrale e 4 con l’uso di forni elettrici e materia prima preridotta per inquinare meno. Questo riaprendo l’altoforno 5 (il più grande) e coprendo i parchi minerali.


Ma in questa prima fase, i due gruppi internazionali sanno che, per ragioni legate alle questioni ambientali, l’Ilva di Taranto non potrà produrre più di 6 milioni di tonnellate d’acciaio e questo comporterà, inevitabilmente, tagli occupazionali. Arcelor Mittal vuole contenerli importando due milioni di tonnellate di acciaio semilavorato da laminare nello stabilimento pugliese. Jindal ritiene invece di recuperare forza lavoro progressivamente, raggiungendo il picco produttivo di 10 milioni di tonnellate. Arcelor Mittal, dal punto di vista ambientale, pensa a un investimento di 10 milioni di euro per l’apertura di un centro di ricerche.


Siamo ancora alle prime battute di una contesa che andrà avanti per i prossimi trenta giorni. Ad aprile, salvo sorprese, conosceremo il nome del nuovo padrone dell’Ilva. A quel punto non si potrà continuare a giocare a carte coperte, soprattutto per quel che riguarda gli effettivi interventi di natura ambientale, indispensabili a stabilire un equilibrio, al momento impossibile da raggiungere se mai lo sarà, tra lavoro e salute a Taranto.