L'Ilva aspetta la nuova proprietà: intanto altri incidenti sul lavoro

Oggi è un giorno decisivo nel duello indiano per l’acquisto dello stabilimento siderurgico. Le due cordate presenteranno le loro offerte vincolanti, in busta chiusa.

Ilva di Taranto, immagine d'archivio

Ilva di Taranto, immagine d'archivio

Fulvio Colucci 6 marzo 2017

Nuovo infortunio all’Ilva di Taranto. Un operaio 35enne, originario di Fasano in provincia di Brindisi, mentre lavorava nella zona di zincatura del laminatoio a freddo, durante le operazioni di movimentazione di un rotolo d’acciaio svolte dal capo turno attraverso il quadro comando, ha subito un trauma cranico, probabilmente colpito da un oggetto mossosi per lo scorrere del rotolo, riportando una profonda ferita alla testa. Sono in corso indagini destinate a chiarire la dinamica dell’accaduto e le responsabilità. Il lavoratore è stato subito trasportato all’ospedale di Taranto ed è sotto osservazione. Non ha perso conoscenza e rispondeva ai soccorritori. La prognosi dei medici è di 40 giorni.


L’episodio ha chiuso un fine settimana di tensione all’interno dello stabilimento siderurgico. Sabato pomeriggio si è sviluppato un principio d’incendio in una delle colate continue dell’acciaieria 1. Interessato il rullo sul quale scorrono le bramme. L’azienda, in una nota, ha subito rassicurato: “Si è trattato di un evento circoscritto” che non ha interessato i lavoratori perché in una zona in cui non opera personale. La direzione Ilva ha aggiunto: “Incendio subito fermato” aggiungendo che sono in corsi accertamenti per capire come e perché si siano sprigionate le fiamme. Malgrado l’intervento dei vigili del fuoco, si è sprigionata una nube nera visibile in città da diverse zone. Al di là delle rassicurazioni aziendali, il comitato dei cittadini e lavoratori “Liberi e pensanti”, in cui militano operai dell’Ilva, ha pubblicato sui social network un video e un post nel quale ha parlato di rischi per la salute di operai e cittadini.


Oggi è un giorno decisivo nel duello indiano per l’acquisto dello stabilimento siderurgico. Alle 14, le due cordate che vogliono rilevare le acciaierie dalla gestione pubblica commissariale, presenteranno le loro offerte vincolanti, in busta chiusa, davanti al notaio Marchetti. L’apertura delle buste è prevista alle 16.


Solo fra 30 giorni, però, si saprà il nome del nuovo padrone; dopo una lunga fase d’esame: dai requisiti formali alla valutazione delle offerte. Una fase assai fluida durante la quale le cordate potranno anche rilanciare sul prezzo guardando alla perizia della società Leonardo che ha stabilito i valori degli asset dell’Ilva. Entro aprile si conoscerà, quindi, il destino dello stabilimento anche se l’amministrazione straordinaria continuerà a vigilare nella fase di transizione, fino al 2019.


Il confronto tra gli acquirenti è aperto. Da un lato la cordata composta da Arcelor Mittal, leader europeo della produzione d’acciaio destinata, soprattutto, al settore automobilistico; insieme alla multinazionale franco-indiana, il gruppo Marcegaglia. Dall’altro il cartello che riunisce l’imprenditore Arvedi, il gruppo Del Vecchio (Luxottica), la Cassa depositi e prestiti e, soprattutto, gli indiani di Jindal South West.


La prima cordata prevede la produzione di 6 milioni di tonnellate d’acciaio e la lavorazione di 2 milioni di tonnellate di bramme nello stabilimento tarantino per ridurre al minimo i tagli occupazionali. Si esclude, al momento, la decarbonizzazione, cioè la produzione con materiale preridotto al posto del minerale, il gas metano per alimentare gli impianti e l’uso dei forni elettrici ad arco. La seconda cordata conta di partire subito da sei milioni di tonnellate, arrivando in tre anni a produrne 10, con il 20 per cento decarbonizzato. Tuttavia Jindal e soci non eliminerebbero completamente la materia prima: il carbone resterebbe comunque la fonte principale d’energia in fabbrica.


Tutto questo lascia aperti molti interrogativi. Il più importante: come ridurre l’impatto delle emissioni su un territorio, quello tarantino, già duramente provato da 60 anni d’inquinamento industriale? Produrre meno, con le tecniche tradizionali inevitabilmente inquinanti, non basta. Il tempo gioca un peso decisivo. Il nuovo proprietario potrà realizzare il suo piano ambientale, passibile di deroghe, entro il 2019. Se ricordiamo che il sequestro dell’Ilva da parte della magistratura risale al 2012, un calcolo all’ingrosso ci fa capire che siamo già oltre ogni ragionevole limite per avviare un vero, profondo e radicale risanamento.