Roulettenburg: l'Italia nella morsa del gioco d'azzardo

Un business di 15 miliardi di euro solo sulle scommessde online: Lombardia e Campania le regioni più contagiate

Il gioco d'azzardo online è un business da 15 miliardi

Il gioco d'azzardo online è un business da 15 miliardi

Fulvio Colucci 5 marzo 2017

Il gioco d’azzardo ha trasformato l’Italia in una grande Roulettenburg, l’immaginaria città tedesca nella quale lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij ambientò “Il giocatore”, romanzo del 1866. E’ in particolare il Mezzogiorno, malgrado l’endemica crisi economica, a subire ancor più gli effetti devastanti del fenomeno: “Nel periodo più acuto della recessione, l’incidenza della raccolta del gioco d’azzardo sul Pil ha toccato i picchi di oltre il 5 per cento nel 2012 e del 4,4 per cento nel 2013. Nel Mezzogiorno l’incidenza nel 2013 è stata del 5,4 per cento, di oltre un punto maggiore rispetto a quella del Centro-Nord (4,1 per cento)”.
Sono numeri, allarmanti, apparsi sulla “Rivista economica del Mezzogiorno” pubblicata dallo Svimez, Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Il Paese, si legge, ha raccolto scommesse per 15 miliardi di euro solo nei giochi on line, diventando il primo in Europa e senza distinzioni tra settentrione e meridione: Lombardia e Campania le regioni dove si spende di più. Tutto ciò con danni, rilevanti, per l’economia. Anzi, alla crisi gli italiani hanno risposto incrementando il gioco e spendendo meno nei consumi per le famiglie. Sono proprio queste ultime ad essere state travolte dalla febbre del gioco, in tutte le fasce d’età. Una febbre, anzi una droga, “l’eroina del nuovo millennio” ha titolato due anni fa “La Stampa” un’inchiesta di Andrea Malaguti.
L’articolo Svimez ha confermato una tendenza in potente ascesa negli ultimi anni. E i suoi effetti devastanti. Il trimestrale diretto da Riccardo Padovani ha pubblicato il lavoro firmato da Annunziata de Felice e Isabella Martucci, asciutto nelle cifre quanto nelle considerazioni. Gli effetti nefasti del gioco d’azzardo, ancorché legalizzato, sull’economia italiana sono stati prodotti dalla “distorsione” creata “nella destinazione delle risorse. In quanto – hanno scritto le autrici dell’articolo - il giro d’affari che realizzano non si traduce in un aumento dei beni e servizi prodotti e non rappresenta un investimento che attiva un aumento dell’occupazione”.
Da anni i riflettori mediatici hanno provato a illuminare il fenomeno. Nel 2011, in un articolo apparso su “Repubblica”, Alberto Custodero segnalava il gioco d’azzardo come “la terza industria” dopo Eni e Fiat “con 120mila addetti”. Scriveva il giornalista: “A fine anno la torta” degli affari “arriverà a quota 80 miliardi di euro (nel 2015 siamo arrivati a oltre 88 miliardi, ndr). Come dire, 16 volte il business annuo di Las Vegas o quanto basterebbe a sei o sette manovre finanziarie”. Custodero segnalava come metà del fatturato di new slot, scommesse sportive e lotterie, fosse in mano a dieci società. E come dietro di queste ci fossero “altri 1.500 concessionari-gestori che si spartiscono l'altra metà. Alcune made in Italy sono perfettamente trasparenti” rivelava il cronista “mentre per altre con sedi all'estero è arduo stabilire proprietari e intrecci societari”. Oggi si contano 13 concessionarie nazionali.
Il dilagare delle scommesse on line ha trasformato il gioco in un’arma a doppio taglio. Perché se è vero, come hanno scritto ancora de Felice e Martucci nell’articolo della rivista trimestrale Svimez, che “l’unico elemento positivo è la destinazione delle entrate che l’Erario percepisce”, è altrettanto vero che le risorse provengono però “sempre più dai giochi meno in voga mentre è decisamente minore per quelli on line, dove il numero dei giocatori è molto elevato”. Come dire: lo Stato incassa sempre meno soldi dai giochi tradizionali perché quelli che assicuravano maggiori introiti sono finiti progressivamente “fuori moda”, mentre l’on line, pur crescendo, garantisce meno entrate (nel 2015 sono state meno del 10 per cento).
Per valutare ancora le dimensioni del caso italiano, nel contesto europeo, basta il dato della raccolta per scommesse on line. Italia prima nel continente con 15 miliardi (dati del 2012 ripresi dallo Svimez): il 22 per cento del mercato mondiale. Al secondo posto la Francia che ha raccolto 9 miliardi e mezzo, quasi sei in meno.
Nell’articolo pubblicato dalla Rivista economica del Mezzogiorno è stato rilevato che quello del Paese è “mercato” del gioco d’azzardo “del tutto anomalo” proprio perché “non ha risentito affatto delle difficoltà congiunturali che hanno interessato l’Italia: infatti, mentre durante la crisi si assisteva a una contrazione della domanda interna di beni e servizi e i consumi delle famiglie calavano del 3 per cento, i giocatori hanno sestuplicato l’ammontare della spese per il gioco d’azzardo. Ciò vale, ovviamente, solo per il gioco legale, perché è impossibile stimare – hanno scritto de Felice e Martucci - quello illegale che, a sua volta, innesca il pericoloso meccanismo dell’usura, anch’esso in gran parte gestito dalla malavita.”
Non va trascurato il risvolto sociale, l’aspetto sanitario, la malattia da gioco, la ludopatia. “L’attrazione del gioco d’azzardo su larghe fasce della popolazione è dovuta ovviamente – hanno spiegato le due studiose autrici dell’articolo per la Rivista economica del Mezzogiorno -  alla possibilità di conseguire facili introiti. Un’Istituzione che incoraggia il gioco d’azzardo, supportato dai media e dalla pubblicità, anche se la sua offerta contrasta quella illegale, non contribuisce né alla crescita dell’economia né alla riduzione della povertà”.
Il giro d’affari delle scommesse è spalmato su tutti i giochi gestiti dai Monopoli e dai 4 casinò italiani: Campione d’Italia, Saint Vincent, Sanremo e Venezia. L’elenco è lungo: lotto, superenalotto, lotterie nazionali, “Gratta e vinci”, scommesse sportive, Bingo, videopoker, slot machine. La passione per il gioco on line, è aumentata vertiginosamente: nel lavoro di Annunziata de Felice e Isabella Martucci sono state citate cifre del 2012 molto eloquenti: l’azzardo elettronico rappresentava cinque anni fa il 16 per cento della raccolta complessiva, dentro la quale il 56 per cento era dato dagli apparecchi d’intrattenimento. “Un tipo di gioco – hanno commentato le due studiose nell’articolo Svimez - che attrae di più giovani e donne: si tratta di un settore che sfugge a ogni controllo e dove più facilmente si annida la criminalità organizzata, la quale ottiene profitti ben più elevati di quelli scaturenti dal gioco legale”.
Nella poco lusinghiera classifica del gioco d’azzardo, come detto, non ci sono differenze evidenti tra nord e sud del Paese. Nell’’articolo della Rivista economica del Mezzogiorno sono snocciolati numeri eloquenti: “Pur se la spesa destinata al gioco è maggiore nel Nord, dove il Pil pro capite si attesta attorno ai 33 mila euro o li supera, dopo la Lombardia, regione in cui nel 2013, ultimo anno per il quale è disponibile tale ripartizione territoriale, sono stati raccolti 13 miliardi e 905 milioni, pari al 19,9 per cento del totale nazionale destinato ai giochi, figurano in graduatoria Lazio (Pil pro capite circa 28 mila euro) e Campania (dove il Pil pro capite è di circa 16 mila euro), rispettivamente con l’11,1 per cento (7 miliardi e 785 milioni) e l’8,9 per cento (6 miliardi e 226 milioni). Tra le regioni che spendono in giochi d’azzardo una quota elevata del Pil, oltre le prime tre, figurano l’Emilia Romagna col 4,6 per cento, il Veneto col 4,5 per cento, il Piemonte col 4,3 per cento, la Sicilia col 5,9 per cento, la Toscana col 3,9 per cento, la Puglia col 5,9 per cento. Una ben più bassa incidenza della spesa pro capite c’è invece nelle altre. Se la preferenza per le tipologie di gioco varia da regione a regione, in tutte la raccolta più elevata – hanno concluso nella loro analisi de Felice e Martucci - proviene da slot machine, videolotteries, new slot, video lottery terminal. Il Lotto è preferito in Lombardia, seguita da Campania, Sicilia e Lazio, il Bingo piace molto soprattutto a campani e siciliani, mentre nei giochi a base sportiva di gran lunga la prima è la Campania”.
Ma il vero punto debole dell’emergenza resta il rapporto tra politica e gioco d’azzardo. Una rassegna stampa “storica” sarebbe davvero istruttiva. Perché in poco meno di vent’anni una gestione bipartisan ha favorito, da destra e da sinistra, scommesse e gioco d’azzardo on line. La sintesi di questa tendenza è racchiusa in una frase ormai celebre dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in visita a Lampedusa nel 2011, durante l’emergenza immigrati seguita alla Primavera araba: “Io condivido l’idea che Lampedusa possa essere anche sede di un casinò”.
Nel maggio del 2013, attraverso il “Fatto Quotidiano”, il senatore del Movimento 5 Stelle Giovanni Endrizzi parlò di un “filo rosso che in maniera legale, ma deleteria per il Paese, unisce politica e gioco d’azzardo”. Endrizzi puntava l’indice contro il presidente del Consiglio Enrico Letta alla cui fondazione sarebbero andati finanziamenti provenienti dal gioco, sia pure in maniera legittima. Lo stesso Letta, a fine dicembre 2013, dichiarò che il suo governo sarebbe intervenuto sull’emergenza, ma la crisi di governo e le sue dimissioni lo impedirono.
Il governo Renzi ha cercato di limitare i danni. La ludopatia è malattia in espansione nel Paese e così è stato disposto il trasferimento dell’Osservatorio sul gioco d’azzardo sotto l’egida del ministero della Sanità, devolvendo 50 milioni alla prevenzione dello stesso disturbo ormai di diffusa rilevanza sociale; l’esecutivo ha fissato l’obiettivo di ridurre del 30 per cento le slot machine entro il 2019, obbligando le tv generaliste a rispettare il divieto di mandare in onda spot sul gioco dal 7 alle 22. Il governo Gentiloni confermerà questa linea?
Malgrado a metà dello scorso decennio la Corte di Cassazione e il Consiglio di Stato abbiano stabilito che “la legislazione italiana, si propone non già̀ di contenere la domanda e l’offerta di giuoco, ma di canalizzarla in circuiti controllabili al fine di prevenire la possibile degenerazione criminale”, la Commissione antimafia ha lanciato l’allarme gioco d’azzardo, soprattutto per quel che riguarda gli interessi della criminalità organizzata, nella relazione fatta propria dal Parlamento e che ora impegna il governo ad agire. La Commissione antimafia nel registrare la crescita del fenomeno “favorito dall’aumento dell’offerta”, con un aumento dei consumi delle famiglie destinati al gioco, ha rimarcato “gli interessi della criminalità nel settore”. “Le organizzazioni mafiose ricavano ingenti profitti anche perché” il gioco d’azzardo “consente il riciclaggio di denaro”. La Commissione antimafia, chiedendo alle istituzioni centrali e locali maggiori azioni per la prevenzione della ludopatia, ha individuato quattro linee d’azione per contrastare il fenomeno criminale: “La revisione del sistema di concessioni e licenze, l’aumento delle pene per i reati connessi, sanzioni amministrative e rafforzamento delle misure antiriciclaggio”.
Dal punto di vista legislativo un punto debole è certamente l’assenza di normative europee che regolamentino la materia, mentre dal 2014 è attesa una legge nazionale di riordino del settore. Solo per fare un esempio, come ricorda il sito “Avviso pubblico”, la legge 23 del 2014 prevede la delega al governo, tra l’altro, sia  per il riordino delle disposizioni in materia di giochi pubblici, per la tutela dei minori e per contrastare il gioco d’azzardo patologico sia per combattere il  gioco illegale  e   le   infiltrazioni   delle organizzazioni criminali attraverso una maggiore trasparenza dei requisiti delle società concessionarie. La delega non è stata però esercitata dal governo.
Così Roulettenburg, Italia rischia di diventare una megalopoli fuori controllo dove sarà difficile far tramontare il luccichio delle slot, come sole malato, sull’inebetito buio di anziani, disoccupati, casalinghe, adolescenti. I più deboli, i più esposti all’illusione di vincere che offre questa tassa infinita sulla miseria protetta da troppe ambigue benedizioni.