Yvan Sagnet: a Rignano un rogo dettato dalla rabbia ma ingiustificabile

Intervista all'immigrato diventato Cavaliere della Repubblica per le sue battaglie contro il caporalato

Mattarella e Yvan Sagnet

Mattarella e Yvan Sagnet

Fulvio Colucci 3 marzo 2017

 “L’incendio del ghetto di Rignano è doloso perché molti lavoratori non hanno gradito lo sgombero. E’ un gesto di protesta paradossale, da condannare perché nessuno ha il diritto di uccidere; ma resta un tragico gesto di protesta.” Yvan Sagnet lo dice: “Non pensavo a un contraccolpo così violento” dopo la decisione presa dalla magistratura di Bari di trasferire in altre strutture i 500 migranti ospitati nella baraccopoli vicina a San Severo in provincia di Foggia. Da poco insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica dal presidente Mattarella, proprio per i meriti acquisiti nella lotta al caporalato, Yvan Sagnet, originario del Camerun, giunto in Italia col sogno di diventare calciatore, durante gli studi universitari d’ingegneria al Politecnico di Torino si trasferì nel Salento, a Nardò, dove lavorò alla raccolta dei pomodori. Lì guidò la rivolta dei braccianti stranieri, contro l’inumano sfruttamento nei campo, alla masseria Boncuri, luogo simbolo della protesta e della speranza di rigenerazione per tutto il Paese. Dopo un’esperienza nelal Cgil, oggi è vice presidente nazionale del Cetri-Tires, il Centro europeo per la terza rivoluzione industriale guidato da Jeremy Rifkin. Sagnet è autore di due libri: “Ama il tuo sogno”, vita e rivolta nella terra dell’oro rosso (Fandango, 2012) e “Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento”, scritto col sociologo barese Leonardo Palmisano (Fandango, 2015).
Sagnet perché parla di paradosso?


“Perché un incendio doloso, per giunta con due morti, non è certo condivisibile. Ma è la reazione, ribelle, alla decisione di sgomberare il ghetto. Un gesto di protesta perché il ghetto, per gli immigrati, è incredibilmente diventato una sorta di casa, malgrado le pessime condizioni di vita. Gli immigrati a Rignano sono abituati da 20 anni a vivere così, è diventata la normalità. Pensi che i caporali vivono nei ghetti, sono diventati come il “grande fratello” esercitano un controllo assoluto e hanno costruito un consenso enorme perché danno lavoro”.
Ma non è possibile veder morire così le persone.


“E’ vergognoso, non c’è nessuna giustificazione. Ma quel posto è diventato una zona franca di lavoro nero e di sfruttamento. Molte persone sono ormai abituate così. Bisogna riflettere molto su questo”.
Perché?


“Mi consenta la battuta: è la globalizzazione, bellezza. E tu non puoi farci niente. O meglio, si può fare qualcosa ma è necessario prendere coscienza che tutto questo è voluto dal sistema capitalista che porta gli esseri umani a ghettizzarsi, oggi ci sono i ghetti perché c’è un sistema imprenditoriale che li vuole, li pretende. Questi ghetti sono diversi da quelli classici, come le favelas, perché si sviluppano in piena campagna, nelle zone completamente isolate dai centri abitati. Non è un caso, perché questo isolamento consente al sistema di sfruttamento di controllare la manodopera. I lavoratori sono invisibili alla società e allo spazio pubblico; sono alla mercé di caporali e imprenditori italiani. Chi vive nel ghetto per soddisfare i bisogni primari, dalla spesa alle cure mediche, si rivolge al caporale. La sua dipendenza è assoluta e il ricattato invincibile. Ma…”.
Catene invisibili, più volte si è espresso sulla necessità di spezzarle.


“Se vogliamo affrontare la questione dei ghetti bisogna partire proprio dal lavoro. In molti vivono lì perché non hanno i soldi per affittare una casa. Come fa un bracciante che prendi 20 euro al giorno a vivere una vita più degna? Il mercato del lavoro non funziona, le imprese devono applicare i contratti collettivi nazionali”.
Qualcosa però non funziona.


“Quel che spaventa è che questo sistema sia diventato normale: l’illegalità è accettata, sta diventando legale. E il tema non riguarda solo i lavoratori stranieri. Non è in questione lo sgombero di Rignano, ma la necessità di dare un’alternativa. Perché altrimenti rischi di riprodurre un altro ghetto lì dove trasferirai i braccianti. Bisogna costruire condizioni diverse.
Come?


“Rignano era una vergogna da cancellare. Ma se le strutture di accoglienza non sono collegate al mondo del lavoro è come se si duplicassero i ghetti. Non è un fatto singolare che i lavoratori stranieri volessero rimanere nel ghetto e hanno manifestato davanti alla prefettura di Foggia. Loro spiegavano: i caporali che ci reclutano non verranno mai nelle strutture messe a disposizione dallo Stato e sotto il suo controllo, così perderemo il lavoro. Invece il va difeso e costruito per gli immigrati ma non con gli slogan bensì con un sistema di integrazione generale che cancelli la segregazione dei soggetti. Le leggi sull’immigrazione sono assurde, così assistiamo a un altro paradosso: il ghetto diventa un luogo di protezione, l’irregolare si nasconde lì. L’Italia mi respinge, è il ragionamento, non riesco ad avere permesso di soggiorno,così mi autoghettizzo, divento invisibile, mi nascondo per lavorare e sopravvivere. Nasce così una disumana zona franca”.
Dove la criminalità mette radici.


“E’ chiaro che in un luogo del genere, dove ci sono caporali e quindi già c’è l’elemento criminale, ci aggiungi il brodo di coltura per altri fenomeni malavitosi. Tutto questo è frutto dell’isolamento che genera a sua volta isolamento. Non mi sorprende l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari e l’evoluzione criminali in quei posti. Rignano doveva essere sgomberato ma occorreva programmare passo dopo passo. Qui abita la debolezza della politica. La magistratura ha voluto lo sgombero ed ha agito per contrastare il crimine. Ma lo sgombero dovevano realizzarlo le istituzioni politiche perché l’emergenza baraccopoli è una dimensione che riguarda la cittadinanza non è solo una questione criminale; in ballo ci l’integrazione, la comunità, i diritti civili, partendo dal diritto al lavoro. Era un dovere, insieme etico e politico, cancellare segregazione, degrado, insalubrità, miseria e sfruttamento. Chiediamo più prevenzione alle istituzioni ed è altrettanto doveroso farlo”.
Sagnet quanto vale oggi la vita di un immigrato in Italia?


“Siamo in un periodo storico complesso, difficile, la globalizzazione produce regresso culturale e tensioni. La guerra tra poveri, il razzismo, derivano da processi produttivi e modello di sviluppo insostenibili, da una competizione al ribasso. La vita di un migrante diventa quasi impossibile. Il ceto medio italiano dà la colpa agli ultimi, ma non guarda al sistema e alla sua colpa più grande: non garantire una crescita sociale ed economica equa e sostenibile. In Italia, poi, le leggi non favoriscono l’integrazione. Devo ricordare la Bossi-Fini? Devo ricordare il reato di clandestinità? Molte persone in situazioni di irregolarità non emergono e, per paura di essere espulsi, accettano condizioni di lavoro infami. Ed il costo sociale diventa elevatissimo se solo si pensa ai tanti casi di depressione. E pensare che in Italia c’è bisogno di migranti. Invece di segregare bisogna fare il contrario, dare la possibilità a chi arriva di integrarsi perché rappresenta un valore aggiunto per il sistema economico. Occorre una riforma delle leggi e una politica dell’accoglienza e dell’integrazione, la legge sulla cittadinanza. Il lavoro è ancora lungo, il cammino arduo ma non possiamo fermarci”.