Ilva: il processo resta a Taranto, no al patteggiamento dei Riva

La Corte ha rigettato tutte le eccezioni della difesa, in particolare quella dell’avvocato di Nicola Riva, Pasquale Annicchiarico, che chiedeva il trasferimento del processo a Potenza

Ilva di Taranto

Ilva di Taranto

Fulvio Colucci 2 marzo 2017

Resta a Taranto il processo “Ambiente svenduto” e sfuma la possibilità che i Riva patteggino. Si allontana la possibilità di un ritorno in Italia della somma di 1,3 miliardi di euro per le bonifiche ambientali all’Ilva? Novità importanti dalla Corte d’Assise del capoluogo pugliese dove si decidono le sorti dell’inchiesta che ha portato alla sbarra gli ex proprietari dell’Ilva (la famiglia Riva), il management dello stabilimento siderurgico - accusati di disastro ambientale - oltre a una serie di rappresentanti delle istituzioni locali e degli organi di controllo.

La Corte ha rigettato tutte le eccezioni della difesa, in particolare quella dell’avvocato di Nicola Riva, Pasquale Annicchiarico, che chiedeva il trasferimento del processo a Potenza (sede competente a decidere i casi nei quali sono coinvolti magistrati tarantini) perché riteneva parti offese nel processo sia il collegio giudicante sia i pubblici ministeri.


L’altra importante novità è la posizione dell’ex Riva Fire, società del gruppo, oggi denominata “Partecipazioni industriali”. Al contrario di “Ilva spa” e “Riva Forni Elettrici” (le cui posizioni sono state stralciate), non potrà più patteggiare. La Corte ha respinto la richiesta dell’avvocato difensore, Massimo Lauro. Non essendo più possibile utilizzare questa misura, cosa ne sarà dell’ormai famosa somma di 1,3 miliardi di euro che, in base a un accordo tra governo Renzi e famiglia Riva, sarebbe ritornata nelle casse dello stabilimento siderurgico per il risanamento? Quella somma fu già ritenuta insufficiente dalla magistratura tarantina tanto che l’ipotesi stessa di dar seguito all’intesa politica è tramontata. Sullo sblocco dei fondi è chiamata a pronunciarsi la Corte dell’isola di Jersey, dove ci sono i trust di controllo, il 9 e 10 marzo; il denaro è depositato presso la banca Ubs in Svizzera. I legali dei Riva assicurano che la somma tornerà comunque in Italia a disposizione dell’Ilva, ma la decisione della Corte d’Assise tarantina solleva qualche dubbio.


Il processo è entrato nella fase del dibattimento. E per non smentire la fama dei grandi numeri (mille parti civili, una richiesta di risarcimento per 10 miliardi di euro) sono stati presentati dai pubblici ministeri venti faldoni con una serie di indagini ad integrazione dell’accusa. La difesa ha chiesto tempo per poter analizzare la nuova documentazione. La prossima udienza è fissata per l’otto marzo.