Dj Fabo e la morte dimenticata

Viviamo in un Paese dove alla politica non fa comodo che si pensi ai grandi temi come la vita e la morte.

Dj Fabo

Dj Fabo

Ivo Mej 28 febbraio 2017

Poi, un lunedì, mentre bevi la tua tazza di caffè, tutto all’improvviso si relativizza.


Renzi, il Pd, i Dp, lo stadio della Roma, Padoan, l’Europa, le tasse, perfino l’immigrazione dei rifugiati diventano un sordo sottofondo all’irruzione della vita vera nella tua vita vera. E la vita vera parla della morte. Quella di un dj del quale forse avevi sentito parlare, così, un po’ vagamente, che all’improvviso… all’improvviso riporta la realtà nella realtà.


Noi dobbiamo morire.


Tutti.


Polvere sarà D’Alema, polvere sarà Grillo, polvere saranno tutti i tuoi cari (se non lo sono già), polvere sarai tu e le grandi domande ‘all’improvviso’ si fanno carne e sangue di uno sconosciuto che ha deciso di porre fine alle sue sofferenze, di troncare la sua staessa vita perché non più degna di essere chiamata tale.


Di essere vissuta come tale.


Vivi in un Paese dove alla politica non fa comodo che si pensi ai grandi temi come la vita e la morte. Ti preferiscono perennemente azzuffato su un osso spolpato che può chiamarsi stadio o referendum o legge elettorale ma si guardano bene dall’affrontare un dibattito pubblico, una discussione parlamentare che affronti i temi di fondo della tua esistenza. Molti, troppi italiani hanno fatto le spese di una tale inerzia mentale, prima che politica. Luca Coscioni, Eluana Englaro sono solo i più noti, le bandiere di un esercito senza nome che quotidianamente combatte contro la mancanza di senso della vita, soprattutto quando questa si rivela inspiegabilmente crudele.


Oggi è il momento in cui tutti ti parlano di questo simpatico ragazzo tatuato che un tempo fu un dj, un tempo fu un amante appassionato, un tempo fu uno sportivo, un tempo fu un uomo. Fabiano tutte queste cose non le era più da tre anni.


Se ne è andato rispettando le regole di un Paese non suo, ha scritto il radicale Marco Cappato, rappresentando nel sarcasmo la mesta verità di una politica nazionale bloccata da strampalate intemperanze del Vaticano che si ostina a preservare ciò che non è ancora vita o che non può più essere chiamato vita, condannando all’inferno in terra povere madri o poveri cristi sofferenti.


Ore come queste dovrebbero essere di riflessione, di introspezione personale dei cittadini come dei politici di qualsiasi colore essi siano. Magari in vista di una prossima azione legislativa che consenta anche a noi di decidere il momento di dire basta quando la vita diventi insopportabile, invece che un ‘dono’. In tutta Europa l’eutanasia passiva è consentita, tranne che in Italia, con il paradosso che, invece, è consentita per ogni specie di animale per evitargli una inutile sofferenza. Retaggi cattolici: la sofferenza santifica solo gli uomini agli occhi di dio, ti direbbe il prete.


Eppure ill comandamento "Non uccidere" non è mai stato un freno alle sanguinose guerre di conquista dei Cristiani, come scrive Odifreddi, né ai macabri orrendi roghi dell’Inquisizione. Come mai allora, a una lettura tanto ‘liberale’ del quinto comandamento la Chiesa ne affianca una così rigida su aborto e eutanasia? Basterebbe riflettere - se ti consentissero di farlo - per capire che c’è qualcosa che non va in questa doppia morale.


Voltaire scrisse che “l’uomo è l’unico animale che sa che dovrà morire”, ma ogni giorno cerchi di dimenticartene in ogni modo. Pubblicità e cazzate, finti problemi e preoccupazioni economiche. Niente di meglio per non farti pensare alla tua ineluttabile, inevitabile fine. Poi, quando un ragazzo diventato cieco, bloccato su un letto paralizzato da tre anni, decide che quella non è più vita, qualcuno si sveglia, pungola il Parlamento, di sdegna per l’inazione. Si svegliano perfino gli sciacalli, cercando di sfruttare ciniche affermazioni sull’ultimo morto per eutanasia (‘un vigliacco!’) per fare promozione ad un proprio inutile libro sul nulla.


Il nulla è proprio ciò che ti attende, volente o nolente.


Ma in attesa di questo nulla puoi vivere, puoi ragionare e non dimenticare i temi importanti inerenti il tempo che il caso ti ha assegnato su questo pianeta errante.


Dovresti ringraziare tutti i poveri esseri umani meno fortunati di te che con la loro esperienza fanno sì che tu, ogni tanto, riprenda il contatto con te stesso.


Non ringraziare invece tutti coloro che cercano in ogni modo di distrarti da te stesso, cercando di rubarti il tuo tempo grazie alla distrazione di mille sciocchezze che ogni giorno ti propinano, parlando di ‘grande Paese’ o di ‘riforme necessarie’.


L’unica grande riforma necessaria sarebbe quella di renderti più umano, lasciando andare chi desidera farlo, scegliendo di farlo.


“Come sceglierò la mia nave quando mi accingerò ad un viaggio, o la mia casa quando prenderò una residenza, così sceglierò la mia morte quando mi accingerò ad abbandonare la vita. Non sempre la vita va conservata: il bene non consiste nel vivere, ma nel vivere bene.” 


Erano parole di Seneca, un uomo contemporaneo di Cristo che decise da solo quando e come morire.


Oggi tu sei nel 2017 ma, rispetto a Seneca, sembri un uomo delle caverne.