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La morte di un maestro anarchico: tutti i colpevoli

Il caso del maestro ricoverato con un Tso e deceduto dopo 87 ore di agonia. La corte d'appello ha deciso: medici e infermieri tutti colpevoli.

La locandina di 87 Ore
La locandina di 87 Ore

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16 Novembre 2016 - 17.42


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Il caso del maestro ricoverato con un Tso e deceduto dopo 87 ore di agonia trova qualche risposta giudiziaria. La corte d’appello ha deciso: medici e infermieri tutti colpevoli.  Un anno e tre mesi ad Alfredo Gaudio, Antonio Luongo, Nicola Oricchio, Giuseppe Forino e Marco Scarano. Un anno e due mesi, invece, per i colleghi Antonio De Vita, Maria Cirillo D’Agostino, Antonio Tardio, Massimo Minghetti, Carmela Cortazzo e Raffaele Russo. Sentenza riformata, invece, per i medici Rocco Barone e Raffaele Basso (due anni rispetto ai quattro di primo grado); per Michele Di Genio (il primario del reparto all’epoca dei fatti, è stato condannato ad un anno e undici mesi, rispetto ai tre anni e sei mesi del primo grado); per Amerigo Mazza e Anna Angela Ruberto (un anno e dieci mesi rispetto ai tre del primo grado); per Michele Della Pepa (un anno e un mese rispetto ai due). Per tutti pena sospesa.
“La Corte di appello di Salerno ha condannato sei medici e undici infermieri per sequestro di persona e per altri reati. Si tratta di un verdetto importantissimo che sanziona comportamenti di inaudita gravità da parte del personale sanitario del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale di Vallo della Lucania. Non interessa l’entità della pena a cui sono stati condannati medici e infermieri (questi ultimi assolti in primo grado) ma il fatto che una condanna sia stata inflitta: a conferma che la contenzione meccanica è strumento non solo barbarico ma anche crudelmente illegale”, questa la dichiarazione di Luigi Manconi.

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“Caro zio Franco –  scrive la nipote Grazia Serra sul suo profilo Facebook – sono TUTTI responsabili della tua morte, medici e infermieri. Ma, ai medici, rispetto alle condanne di primo grado, sono state ridotte le pene e revocata l’interdizione dai pubblici uffici. TUTTI continueranno a lavorare. Continuerà a lavorare il medico che ha ordinato di legarti mentre dormivi, quello che ha deciso che non dovevi essere mai slegato, quello che ha deciso che la tua famiglia era meglio tenerla lontana da te, quello che ti ha sentito russare anche se morto da ore, quello che ha pensato che a un cadavere si potesse fare un massaggio cardiaco. Caro zio Franco, si saranno resi conto di quello che hanno fatto?”

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Per capire bene che cosa è successo, vi consigliamo di leggere questo magnifico pezzo, Morte di un povero cristo anarchico, di Angelo Mastrandrea:

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“L’ultimo giorno da uomo libero Franco Mastrogiovanni lo trascorre in fuga dai vigili urbani, dai carabinieri, dalla guardia costiera e forse dai fantasmi del suo passato.

È la mattina del 31 luglio 2009 e il “maestro più alto del mondo”, com’è affettuosamente soprannominato per via del suo metro e novanta dagli studenti delle scuole elementari di Pollica, nel Cilento, è un uomo braccato. Su di lui pende una richiesta di trattamento sanitario obbligatorio (tso). Per lui sarebbe il terzo tso nel giro di pochi anni (il primo era stato nel 2002, il secondo nel 2005), e a firmarlo è un personaggio che di lì a un anno salirà tristemente agli onori delle cronache: il sindaco-pescatore Angelo Vassallo, ucciso per motivi ancora oggi misteriosi. Aveva denunciato trafficanti di droga locali? Si era opposto alle mire dei clan camorristici sull’ampliamento del porto di Acciaroli?

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Dopo svariate crisi depressive, due processi con relative carcerazioni dai quali era uscito scagionato e risarcito e una fedina penale intonsa ma con impresso il marchio indelebile e tardomaccartista di “noto anarchico”, Franco Mastrogiovanni aveva probabilmente giudicato che quando è troppo è troppo e si era buttato in mare cantando Addio Lugano bella. O forse intuiva che stavolta non ne sarebbe uscito vivo”.
Per leggerlo tutto su Internazionale, clicca qui.

 

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Il caso di Mastrogiovanni è stato raccontato in modo coraggioso, in “87 ore” , film di denuncia della regista Costanza Quatriglio.

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