Tiziana Cantone, non solo social: c'è anche la brutalità dei media

Il Fatto si scusa per un articolo del 2015 che definiva Tiziana "idolo del web". Contestatissimo dopo il suicidio: ci siamo comportati in maniera gravemente negligente.

Il caso di Tiziana Cantone
Il caso di Tiziana Cantone
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15 Settembre 2016 - 09.47


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Non solo i social, i tormentoni, l’insensibilità di chi si barrica dietro un nickname o un avatar e non comprende la sensibilità e il vertice di depressione dietro lo scherno. Anche il giornalismo web c’è dietro il suicidio di Tiziana Cantone.

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Il Fattoquotidiano.it si è scusato, con un editoriale firmato dal direttore della testata online Peter Gomez, per la pubblicazione nel 2015 di un articolo su Tiziana Cantone, la ragazza che si suicidata dopo che sui social network erano stati diffusi, a sua insaputa, alcuni video intimi che immortalavano la ragazza in un compagnia di un uomo. Gomez, a differenza di altre testate che si erano limitate a cancellare gli articoli, ha deciso di metterci la faccia. Spiegando di aver sbagliato a trattare l’articolo, molto contestato in queste ore in rete, come un caso di costume. E ammettendo come il giornale da lui diretto si sia “comportato in maniera gravemente negligente” sul caso. 

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L’articolo e la giornalista. È stata attaccata da feroci critiche sui social network per l’articolo pubblicato più di un anno fa sulla storia di Tiziana. Elisa D’Ospina, una giornalista che scrive per il Fatto, nel maggio 2015 raccontava la storia della 31enne napoletana, “nuovo idolo del web” chiedendosi se i video girati fossero una “rivendicazione di un amante o marketing di una futura pornostar”.

La reazione del web. L’articolo è stato tirato fuori da diversi utenti sui social network dopo che la stessa giornalista aveva commentato il suicidio di Tiziana su twitter: “La storia di Tiziana C. è l’esempio di quanto in fondo siamo schiavi del giudizio altrui e mai realmente liberi”, ha twittato. Una frase che subito le ha attirato le critiche. In tantissimi si sono accaniti sul suo profilo.

Le scuse. Peter Gomez si è cosparso il capo di cenere scrivendo: “Anche il web-giornale che dirigo ha pubblicato un pezzo sul suo caso. Un articolo che dava conto del fenomeno esploso intorno al suo nome. Nel pezzo si raccontava come venissero vendute magliette che riportavano una frase da lei pronunciata, si parlava dei gruppi Facebook a lei dedicati, delle parodie e dei tanti video satirici che spopolavano su YouTube. 

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Sbagliando avevamo trattato la cosa come una sorta di fenomeno di costume e avevamo come altri ipotizzato che la vicenda potesse essere un’operazione di marketing in vista del lancio di una nuova attrice. L’errore commesso è evidente e innegabile.

Non eravamo davanti a un caso di costume, ma un caso di cronaca che come tale andava trattato e approfondito per poi avere in mano elementi sufficienti per decidere se pubblicare o meno. Detto in altre parole non ci saremmo dovuti accontentare del fatto che la povera Tiziana fosse introvabile, ma avremmo dovuto chiedere ai nostri collaboratori di cercare i suoi amici e familiari per capire cosa era realmente accaduto. 

E credo che se avessimo fatto fino in fondo il nostro mestiere quel pezzo del 2015 non sarebbe mai finito in pagina. La scorsa settimana un giudice, su richiesta dei legali della ragazza, ha ordinato di rimuovere i contenuti su Tiziana a Facebook, Google, Yahoo e YouTube e a due giornali online che avevano anche ripreso i suoi video. In seguito alla notizia della sentenza – che a noi era francamente sfuggita – nei giorni successivi centinaia tra siti e testate online hanno cancellato quello che in quella primavera avevano scritto. Ieri notte poi, dopo la morte della giovane donna, da internet sono sparite altre centinaia di migliaia di pagine.”

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