Misteri d'Italia: quando il padre di Berlinguer tentò di fermare il principe fascista

Gutierrez Spadafora è stato al centro di molte trame nel dopoguerra.

Mussolini che passa in rassegna un plotone di repubblichini

Mussolini che passa in rassegna un plotone di repubblichini

globalist 4 settembre 2016

di Michele Metta


 


Enrico Berlinguer: una passione, un’abnegazione politica, universalmente riconosciutegli, ed indubitabilmente testimoniate dal suo tragico morire per un ictus esplosogli nel mentre teneva un comizio che gli si rivelerà fatale; comizio portato avanti fino all’ultimo, malgrado il gravissimo malessere patito. Passione ed abnegazione certamente ereditate dal padre: Mario Berlinguer.


A Seconda guerra mondiale terminata, Mario Berlinguer, infatti, ricopre l’incarico d’Alto commissario per la punizione dei crimini fascisti con tale rettitudine da divenire bersaglio d’una tentata uccisione che, dietro, ha Attilio Bianchi, un fascista a capo di un’organizzazione avente legami perlomeno ideologici con la Destra statunitense.


Ed è proprio in tale sua veste d’Alto commissario che la vita di Berlinguer padre viene ad incrociarsi con il membro del Centro Mondiale Commerciale di cui oggi parleremo: Gutierez Spadafora, un nobile siciliano profondamente connivente con la dittatura littoria, tanto da essere stato sottosegretario all’Agricoltura sotto Benito Mussolini.


Quel che, difatti, finora, era ignoto, e che documenti da me rintracciati presso l’Archivio centrale dello Stato mettono in evidenza, è che Mario Berlinguer fu colui il quale riuscì a mandare lo Spadafora in galera a Regina Coeli.


Lodevole, corretta azione di Mario Berlinguer tuttavia vanificata dall’intervento di Umberto II di Savoia, il quale profitta dell’essere, in quel momento, ancora assiso sul trono: dovremo in effetti aspettare il 13 giugno del 1946 perché i Savoia cedano finalmente il passo, partendo per l’esilio. Vale a dire: ben tre giorni dopo la già di per sé tardiva proclamazione ufficiale dei risultati della consultazione del 2 giugno che instaura la Repubblica. È così, da quel non ancora abbandonato trono dal quale, appena un ventennio prima, era stata spalancata la strada alla tirannia mussoliniana, che viene reso nullo l’onesto sforzo di Mario Berlinguer: in un postremo, arbitrario gesto, Umberto II libera il notabile siciliano, mettendolo al riparo da ulteriori conseguenze.


Di quest’abuso compiuto grazie agli ultimi scampoli di privilegio regio, vi è eco, a maggior conferma, in un altro documento da me reperito sempre presso l’Archivio centrale dello Stato, e risalente ad oltre un anno dai gravi fatti appena esposti, essendo stato redatto nel mese d’ottobre del 1947. Dice, con tutta chiarezza, tale documento: 


Il principe Spadafora, neofascista monarchico che fu collaboratore della Repubblica di Salò, sottosegretario di Stato e detenuto a Regina Coeli […] venne liberato per il personale intervento di re Umberto 


Salvataggio indebito di Gutierez Spadafora foriero di ripercussioni pessime, ed accennate già dal documento appena citato, che così, subito dopo, recita: 


[Spadafora] si trova presentemente in missione in Sicilia, a contatto con i dirigenti separatisti e con i neofascisti aderenti ai gruppi autonomi 


Contatto tra neofascisti e lo Spadafora da mettere immediatamente assieme a quanto già reperito dallo storico Aldo Giannuli, il quale, in un armadio opportunamente occultato da qualcuno affinché, come in effetti poi accaduto, per decenni non se ne conoscesse l’assai compromettente contenuto, rinviene un notevolissimo Resoconto: redatto da una spia del SIS – Servizio informazioni e sicurezza – , e che fotografa fatti d’appena un mese precedenti il consumarsi dell’eccidio del Primo maggio del 1947 presso la piana siciliana di Portella delle Ginestre. Resoconto recante un paragrafo da far saltare sulla sedia; questo: 


Nel mese di marzo, se ben si rammenta, fu segnalato che il duca Spadafora, capo del gruppo commerciale agrario del sud, fu a Roma ed ebbe colloqui con rappresentanti del Fronte clandestino [fascista]. Chiese di poter versare un milione in conto, a condizione che si facesse in Sicilia “un lago di sangue”. Mormini, del Fronte, avrebbe dovuto raggiungere in Sicilia la banda Giuliano, a contatto anche colla mafia locale in parte a disposizione del suo gruppo. La proposta non fu accettata, sembrò orribile ... Da allora, da notizie certe e sicure, Spadafora ha contatti diretti col [fascista Francesco] Martina, che finanzia direttamente e al quale impartisce disposizioni. Elementi ricercati sono stati ammessi a far parte della banda. 


Francesco Martina il quale – commentiamo – è mussoliniano cosiddetto della prima ora: di quelli, cioè, così identificati per aver preso parte alla Marcia su Roma.


Connubio, questo tra il futuro membro del CMC Spadafora e Martina, che può far conto su una rete che attraversa tutta la nostra Penisola. Ecco, infatti, come il Rapporto della spia del SIS prosegue:


Proposte identiche a quelle avanzate dallo Spadafora pervengono in questi giorni insistentemente alle FFNN [Formazioni Nere], e al Fronte anti comunista, da parte dell’avv. Tefanin di Padova. Di quest’ultimo (anche lui pone come condizione il “lago di sangue”) si sa soltanto che capita spesso a Roma e alloggia al Grande Albergo [in Piazza delle Terme]. A Roma, dopo l’azione della banda Giuliano, i più facinorosi (reperibili tutti tra i nullafacenti e gli sfaccendati dei bar dell’Esedra, al bar Carloni, al bar del Nord all’angolo del Viminale e in Galleria) hanno ripreso fiato, cianciano di rivoluzione [fascista] imminente e di atroci vendette da compiere. 


Come purtroppo ben noto, quel «La proposta non fu accettata, sembrò orribile...», possiamo tuttavia dirlo decaduto a breve, visto proprio, per l’appunto, quanto poi verificatosi, di lì a pochissimo, a Portella. Le implicazioni, per Gutierez Spadafora, sono immense. Immense, di conseguenza, ovviamente, anche per il CMC del quale, nel decennio successivo, entrerà a far parte.