Volontari consolano gli anziani. Ma Dario, 90 anni, vuole stare a casa

Alle 3 e 37 del mattino era a letto ma non dormiva, leggeva il giornale

Dario con un volontario - Foto: Giovanni Marrozzini
Dario con un volontario - Foto: Giovanni Marrozzini
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27 Agosto 2016 - 18.56


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Dario alle 3 e 37 del mattino era a letto ma non dormiva. “Stavo leggendo un giornale per vedere quello che succede in Italia”. A pochi mesi dai 90 anni è tutto più lento. Anche il momento di prendere sonno arriva che spesso è già l’alba. “Era ancora notte e tutt’un tratto ho sentito bum bum bum bum bum bum bum bum bum bum… Il muro andava a destra e a sinistra. Mi sono impaurito”. Inizia a ondeggiare, mimando con tutta la forza che gli è rimasta in corpo la violenza delle scosse, che devono essergli sembrate infinite. Mentre la voce flebile diventa un lamento sempre più intenso.

Intorno a lui il campo base di Arquata del Tronto è in fermento per l’arrivo continuo di rappresentanti del governo e tutto il movimento di giornalisti, operatori Tv e forze dell’ordine è uno squarcio in più tra i due terremoti: quello mediatico fatto di quarzine, postazioni fisse, parabole, microfoni e resse. E quello dei bambini che giocano col cellulare lontano da tutto, accovacciati all’ombra delle tende. Dei sanitari che escono improvvisamente dalla postazione medica e corrono verso l’accampamento targato Ministero dell’Interno con i defibrillatori in mano. Degli operatori della protezione civile che stendono al sole le coperte bagnate dalla notte. Dei volontari che scacciano la stanchezza e chiamano a raccolta tutta la pazienza e la comprensione del mondo per spiegare agli anziani come Dario che no, a casa proprio non possono ancora rientrare. Nemmeno se quella che li aspetta è qualcosa che ancora si può chiamare casa.

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“Sto andando giù, in depressione, per questa cosa del terremoto – sussurra -. La mia casa non è crollata. Cioè, beh, sta in piedi, ha solo una piccola lesione. Se venivano subito a fare un controllo, gli esperti potevano decidere in un altro modo. Perché io voglio tornare a casa. I parenti mi vogliono portare a Roma, ma a me la città non mi piace proprio”.

 

Vive da solo. Con l’aiuto di una sorella. “Viene qui ogni mese. C’era anche quella notte. Io dopo la prima scossa non sono riuscito ad alzarmi dal letto. Ma lei sì. Ha urlato ed è scappata fuori. Lei ha 80 anni, è svelta, fa subito! Io invece ho cercato di alzarmi ma non ce l’ho fatta, nemmeno due minuti dopo, quando è arrivata quell’altra scossa. Alla fine,quando il muro si muoveva di meno, sono riuscito a uscire di casa. Poi sono rientrato. Perché casa mia non è crollata. Ma quando sono arrivati loro mi hanno fatto uscire e non mi hanno fatto rientrare più”.

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Lo ascolti, lo guardi e a quelle parole la fitta arriva in automatico. Chissà quante persone la notte del sisma avranno fatto come Dario: quanti saranno tornati indietro dopo i primi momenti di panico per aiutare un familiare, un animale, per salvare il possibile in una casa “che non era crollata”. Prima dell’arrivo dei soccorsi, mentre tutt’intorno il rumore delle scosse copriva le urla, quando ancora il mondo non sapeva che centinaia di persone in quei momenti stavano morendo. Quando ancora qualcuno in più si poteva salvare.

Ma se arrivano altre scosse? Non ha paura?“No. Se arrivano altre scosse, io scappo via”. (Teresa Valiani)

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