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Il capostazione di Andria: ho alzato quella paletta, sono anch'io vittima

Chiuso nella sua casa insieme alla moglie: ci odieranno. I colleghi lo difendono. La ricostruzione.

Il capostazione

globalist

14 Luglio 2016


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Vito Piccarreta, 24 anni di servizio alle Ferrovie private Bari Nord, 1600 euro al mese di stipendio, il capostazione. È lui che ha alzato la paletta verde.  È lui, con ogni probabilità, il colpevole di quell’errore umano, troppo umano, che ha portato alla morte di 23 persone e allo scontro tra i due treni proveniente da Andria e Corato. L’errore umano che forse la tecnologia poteva controllare, arginare, evitare.

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Eccolo il primo indagato (sono tre in tutto) dell’inchiesta, che non è semplice  giudicare. “Ho fatto partire io quel treno, sono stato io ad alzare la paletta. C’era confusione, i treni erano in ritardo e…”. Asserragliato dietro la porta di casa di un condominio di periferia a Corato. Mentre il pool d’indagine prosegue il suo lavoro e i parenti delle vittime chiedono giustizia, il capostazione si dice vittima anche lui. La moglie Giuseppina è tornata da un viaggio di preghiera, appena ha saputo: “Siamo vittime anche noi. Soffriamo con quelle famiglie che hanno perduto i loro cari. Non può cascare tutto sulle nostre spalle”.

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Sono distrutti: “Stiamo soffrendo, quelle immagini sono inaccettabili, tutto quel dolore, quello che è accaduto è incredibile. Ma non è pensabile dare la colpa di quello che è successo soltanto a un errore umano. Non è così”, dice la signora. E probabilmente ha ragione: non può essere soltanto un errore umano. Lo ha detto chiaramente il procuratore aggiunto Francesco Giannella: “Non ci fermeremo assolutamente alle prime responsabilità. L’errore umano è soltanto il punto di partenza di questa storia”.

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Lui, è un uomo come tanti. Un  uomo che può sbagliare. La Stampa lo dipinge così il signor Vito: ” Vito che tifa Inter e va a pregare la madonna di Medjugorje. Vito il ferroviere, che mette la sua foto in divisa su Facebook accanto a quella del matrimonio del figlio emigrato in Belgio”.  

Quando ad Andria passa e riparte il secondo treno, il capostazione Vito Piccarreta pensa che la linea nel tratto a binario unico sia libera. Esce sulla banchina, alza la paletta verde, fischia.

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Ma a leggere le parole dei poliziotti la disperazione di Vito a tutt’altra umanità: “Martedì mattina i treni sulla linea erano in ritardo. Hanno messo un convoglio aggiuntivo da Bari in direzione Barletta. Dunque, in quella fascia oraria, dovevano passare in tutto tre treni. Ma proprio da questa stazione è stato dato l’ok alla partenza di un convoglio in direzione opposta, dopo il passaggio del secondo treno. Potrebbe essere andata proprio così”.

Vito ha provato a spiegare che quella era stata una giornata complicata, i treni che portavano ritardo, c’era stata l’aggiunta di un treno supplementare e dunque in quel lasso di orario era previsto l’arrivo di tre treni e non dei soliti due, i macchinisti che assemblavano nuove vetture per sopperire il ritardo. “È stata una giornata molto particolare”, dice. “Ma quello che è successo è troppo”. Troppo. “So che ora se la prenderanno tutti quanti con noi”, dice la signora Lia, a casa. “Mio marito è il capro espiatorio perfetto. Ma non è giusto: perché è un lavoratore serio, in questi anni ha fatto sempre e soltanto il suo dovere. Questa è una tragedia troppo grande per noi. È un lutto, abbiate rispetto del nostro dolore”.

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Le circostanze. 

Come ricostruisce La Stampa, martedì mattina il secondo treno era quello aggiuntivo e si era sovrapposto all’orario della giornata abituale, per una serie assurda di circostanze. Partito da Bari con dieci minuti di ritardo, giunto alla stazione di Corato, era ripartito fra le grida dei viaggiatori. Perché a Corato doveva scendere una ragazzina disabile. Si erano dimenticati di lei. Il treno era dovuto tornare indietro. La ragazzina era stata aiutata a scendere a braccia, avevano scaricato la carrozzina sui binari. Prima di ripartire. E insomma: molta confusione. Due treni passati. Quello aggiuntivo scambiato per quello normale. Quando in realtà doveva arrivare ancora il terzo treno, che infatti era in viaggio. 

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Così si è creata la prima falla nel sistema. Forse si sarebbe potuto ancora rimediare. Perché il capostazione di Corato, un caro collega di Piccareta a pochi mesi dalla pensione, leggendo il fonogramma dell’avvenuta partenza in senso opposto avrebbe potuto capire: il terzo treno era partito da cinque minuti. Dall’altra stazione era in viaggio un convoglio in direzione opposta. Il binario è uno solo: l’impatto sarebbe stato inevitabile. Così anche il secondo capostazione, Alessio Porcelli, è stato iscritto nel registro degli indagati. Piccarreta commette un errore, Porcelli non se ne accorge. Non legge il fonogramma. Entrambi avrebbero potuto telefonare ai macchinisti lanciati ai 100 all’ora. Uno si chiamava Pasquale Abbasciano, anche lui di Corato. Mandato allo schianto dai suoi amici. Ma è così facile, troppo facile, fare la storia al posto degli altri. 

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