Yara parla la difesa di Bossetti: il nostro primo pensiero è alla vittima

Oggi la decisione sull'ergastolo chiesto dal pm per il muratore di Mapello. L'arringa: non c'è nessuna certezza.

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27 Maggio 2016 - 12.03


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Va “alla vittima” di un “delitto efferato, terribile” e alla sua famiglia il primo pensiero dei difensori di Massimo Bossetti, imputato per l’omicidio di Yara Gambirasio. La ragazzina di Brembate di sopra morta tra atroci sofferenze che ancora non hanno un autore.  È la “necessaria premessa” dell’avvocato Claudio Salvagni che oggi cercherà di evitare una condanna all’ergastolo chiesta dal pm Letizia Ruggeri per il muratore di Mapello.
“Prima ancora che da avvocati, ci siamo convinti da padri che la persona che andavamo a difendere non è un assassino”, ha detto il legale. Salvagni ha parlato di “delitto che ha iniettato veleno nei muscoli di Bergamo” e che “ci ha tutti sconvolti”.

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No ad atto di fede del Dna. Uno dei difensori di Massimo Bossetti, Claudio Salvagni, ha sottolineato che, riguardo gli accertamenti sul Dna, “questa difesa non ha mai potuto interloquire” e “sul lavoro fatto da altri non può esserci chiesto un atto di fede”. “Non avete giurato su un libro di biologia ma sulla Costituzione”, ha detto ai giudici Salvagni, invitandoli a essere rigorosi nella valutazione della prova. Il muratore imputato dell’omicidio di Yara Gambirasio è presente in aula in cui c’è anche la moglie mentre non è venuta la madre, Ester Arzuffi, per via di un’indisposizione, come spiegato dal suo avvocato, Benedetto Maria Bonomo.

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La moglie di Bossetti in aula: giunta in tribunale su Porsche con targa estera Marita Comi, moglie di Massimo Bossetti, unico imputato er l’omicidio di Yara Gambirasio ha voluto essere in aula stamani per assistere all’intervento dei difensori del marito. La donna è giunta in tribunale a Bergamo a bordo di una Porsche Panamera, color rame, e con targa del Principato di Monaco guidata da un’altra persona.

La difesa: nessuna certezza. Sull’epoca della morte di Yara Gambirasio non c’è nulla di certo, né con che armi sia stata colpita a morte, di quanto accaduto il 26 novembre 2010, giorno della scomparsa della
13enne di Brembate: “non c’è certezza di niente”. È quanto afferma nella sua arringa Claudio Salvagni. Che continua: “Questo processo ha parlato di tutto”, per la difesa, “ma non di cosa è davvero successo” ed è servito “a far male a una persona: non ho paura di dire che è una tortura per Bossetti”, dice il legale.

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L’avvocato parla di suggestioni. Un processo che per i difensori è “ricco di suggestioni, un processo mediatico”, che inevitabilmente condiziona anche i giurati. L’avvocato Salvagni mette l’accento su alcune “perle” del processo in corso da quasi un anno: dalle immagini dei furgoni che riprenderebbe il mezzo dell’imputato – “video confezionati come un pacchetto dono per tranquillizzare la gente per avere il mostro, il pedofilo, il mentitore seriale. Mi viene la nausea a pensare a questi video”- alle lettere alla detenuta Gina – “un incredibile colpo basso, che fa male all’uomo e non c’entra nulla col processo ” – alla ricerca di amanti nella vita dell’imputato – “Dove sono le amanti di quest’uomo che non riesce a resistere agli impulsi sessuali?”.

 

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L’avvocato Salvagni chiede: “Basta suggestioni, colpi bassi. Dovete decidere la cosa più difficile del mondo e non avete bisogno di suggestioni.”

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