Sanatoria migranti: solo per ricchi e "generosi"

Ecco punto per punto il nuovo regolamento per ottenere il permesso di soggiorno. La procedura è un perfido percorso a ostacoli [Sergio Bontempelli]

Desk 12 settembre 2012
[b]di Sergio Bontempelli[/b]



Esisterà davvero qualcuno in grado di presentare istanza per la nuova regolarizzazione? La domanda sembra provocatoria, ma non lo è: perché i requisiti richiesti sono davvero proibitivi, e sembrano costruiti apposta per scoraggiare i “regolarizzandi”. Per come è stata congegnata, infatti, la procedura sembra riservata a datori di lavoro molto ricchi, e anche molto generosi (disponibili cioè a versare migliaia di euro pur di mettere in regola i propri lavoratori…). In più, questi stessi datori devono avere assunto migranti irregolari abbastanza sfortunati da aver avuto un foglio di via, o un ricovero ospedaliero, nel corso del 2011. Requisiti che difficilmente ricorrono tutti insieme. Ma proviamo ad andare con ordine, e a farci un’idea di come funziona il tutto.



[b]Chi può fare la domanda[/b] Dopo un mese e mezzo di silenzio, il Governo ha finalmente varato, il 7 settembre, il decreto attuativo che spiega – o che dovrebbe spiegare – le procedure della sanatoria; insieme al decreto, è uscita una circolare interministeriale che entra – o dovrebbe entrare – nei dettagli più tecnici e controversi. In realtà, come vedremo tra un attimo, molti punti restano oscuri: per questo il condizionale è d’obbligo. Per ora sappiamo poche cose. Sappiamo che potranno far domanda i datori di lavoro, e solo loro: gli immigrati irregolari – cioè i “diretti interessati” – non potranno procedere autonomamente alla richiesta di regolarizzazione. Sappiamo anche che potranno far domanda coloro che abbiano assunto irregolarmente lavoratori stranieri almeno tre mesi prima dell’entrata in vigore della legge – quindi dal 9 maggio 2012 – e che abbiano ancora in corso il rapporto di lavoro. I datori possono essere famiglie (per il lavoro domestico), oppure ditte (per qualunque tipo di impiego subordinato), e il rapporto di lavoro può essere a tempo indeterminato o determinato. Non è ammesso invece il part-time, e solo per i domestici è possibile un’assunzione per un minimo di 20 ore settimanali. Possono accedere alla procedura anche i datori stranieri, purché abbiano la cosiddetta “carta di soggiorno” (va bene sia la carta plastificata dei lungo-soggiornanti, sia il documento cartaceo dei famigliari di cittadini europei).


Sappiamo, infine, che non tutti possono partecipare alla regolarizzazione: ne sono esclusi i lavoratori e i datori di lavoro condannati per alcuni tipi di reato (anche se hanno patteggiato), e i datori che, nelle precedenti sanatorie o nei decreti flussi, abbiano presentato domanda ma non siano andati in prefettura per la firma del contratto di soggiorno. Fin qui, le regole somigliano a quelle in vigore per le precedenti regolarizzazioni. Vi sono però almeno tre elementi che rendono molto difficile partecipare alla procedura. Vediamoli brevemente.



[b]I costi[/b] Il primo problema è relativo al costo della regolarizzazione. Il datore di lavoro deve pagare 1.000 euro all’atto di presentazione della domanda. In più, se l’iter burocratico si conclude positivamente (a decidere è la prefettura), il datore deve regolarizzare la sua posizione retributiva, fiscale e contributiva relativa ad almeno 6 mesi: il che significa, in soldoni, altre centinaia o migliaia di euro, a seconda della tipologia di lavoro e dei relativi oneri. Come altre volte è accaduto, queste cifre – teoricamente a carico del datore di lavoro – verranno, di fatto, pagate dagli stessi migranti: ma quale straniero irregolare può permettersi un esborso così oneroso?



[b]Il reddito del datore di lavoro[/b] Come si accennava, solo i datori di lavoro ricchi potranno permettersi di far domanda: non solo per gli alti costi della procedura, ma anche perché il regolamento attuativo richiede ai datori un reddito annuale molto elevato. Per le ditte, il reddito o il fatturato deve essere di 30.000 euro l’anno. Per il lavoro domestico, il reddito minimo è fissato in 20.000 euro l’anno, se nella famiglia vi è una sola persona che percepisce un reddito, e in 27.000 euro “in caso di nucleo familiare (…) composto da più soggetti conviventi”. Qui sembra che ci sia un errore: evidentemente si vuol dire che i 27.000 euro sono necessari non quando la famiglia è composta da più persone, ma quando diverse persone lavorano e percepiscono un reddito. Per fare un esempio semplice, prendiamo una famiglia con moglie, marito e due figli. Se lavora solo il marito, la famiglia può fare domanda se il reddito è di almeno 20.000 euro l’anno. Se lavora anche la moglie la cifra sale a 27.000 euro (ma in questo caso si somma il Cud della moglie con quello del marito). Infine, non serve il reddito se il datore è “affetto da patologie o handicap che ne limitano l’autosufficienza”. In questo caso, serve naturalmente idonea certificazione medica.



[b]La “prova di presenza”[/b] Ma la norma più vessatoria è quella che riguarda la cosiddetta “prova di presenza”. La domanda di regolarizzazione può essere infatti presentata solo se il lavoratore straniero è presente in Italia, senza interruzione, almeno dal 31 dicembre 2011. Il richiedente deve presentare idonea documentazione che dimostri la presenza in Italia, e questa documentazione è valida solo se proveniente da organismi pubblici. Ma se lo straniero era irregolare quale ente pubblico può certificare la sua presenza in Italia? Essendo privo di permesso di soggiorno, l’immigrato non poteva andare negli uffici (con il reato di clandestinità rischiava addirittura una denuncia). In queste condizioni, le uniche “prove” valide sono i decreti di espulsione, o al massimo i ricoveri ospedalieri (ricordiamo che gli irregolari hanno diritto all’assistenza sanitaria). Il decreto non ha specificato nulla sulla “prova di presenza”, e permangono molti dubbi. Ad esempio, una Ambasciata straniera può essere considerata un “ente pubblico”? Se la risposta è positiva, anche un passaporto fatto in Italia può valere come prova. Ma su questi aspetti non c’è chiarezza.



[b]Il rischio delle truffe: qualche consiglio pratico[/b] Bastano queste brevi osservazioni per capire le difficoltà insite nel provvedimento. Una norma così complessa apre spazi per numerose truffe, già viste nelle scorse sanatorie: dai datori di lavoro fasulli ai fornitori di false “prove di presenza”, fino alle tante agenzie che promettono di “oliare” le pratiche, così lunghe e difficili, presso gli Uffici competenti. È anche per aggirare queste truffe che è opportuno agire con qualche cautela. Il nostro consiglio è quello di non affidarsi ad agenzie o “mediatori” che promettono miracoli, ma di farsi assistere da un’associazione o da un ente accreditato. Suggeriamo inoltre di attendere qualche giorno prima di pagare le 1.000 euro, o di presentare domanda: è probabile infatti che nelle prossime settimane il Ministero chiarisca i punti più oscuri, o addirittura che “ammorbidisca” un po’ le norme più irrealistiche. La procedura è aperta fino al 15 ottobre, e arrivare primi non serve a nulla: meglio far domanda quando le cose saranno più chiare. Vi terremo comunque aggiornati.






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