Morire a Livigno, da emigrato

Claudio è il cameriere di Alghero morto assiderato ieri a Livigno dopo essere stato colpito da un malore. Scappato dalla Sardegna per una vita migliore. [F. Giorgioni]

Desk2 24 gennaio 2014
[b]di Francesco Giorgioni[/b]



Non so se qualcuno dei candidati alla Presidenza della Regione spenderà una parola per Claudio Domenico Sassu. Dovrebbero sentirne il dovere. Dovrebbero avvertire l'esigenza di essere presenti, al funerale di Claudio.



Claudio è il cameriere di Alghero morto assiderato ieri a Livigno, ucciso da freddo dopo essere stato colpito da un malore, nella gelida notte del Comune più alto d'Italia. Trascorro almeno una settimana di vacanza ogni anno, in questo a due passi dalla Svizzera Engadina. A guardarlo dall'alto del Passo Foscagno, una serpe di case allineate lungo la linea di fondo valle, soffocate tra imperiose creste alpine. Da qua il mare è tanto lontano da non poterlo nemmeno immaginare, sbiadito l'azzurro anche nei pensieri dal bianco accecante della neve. In ognuno dei locali che frequento da un decennio lavora almeno un sardo.



Sono camerieri, baristi, commesse, lavapiatti, cuochi. Decine di figli della nostra Isola costretti a rifugiarsi tra i monti per quattro o cinque mesi di stipendio. A dividere mansarde arredate con gente sconosciuta, adattandosi a tutto pur di campare. Claudio mi serve il caffè al bar Alibi, Antonello la colazione all'hotel Victoria, Marco Locci da Quartu la polenta al ristorante il Pesce D'Oro.



Le loro giornate non hanno pause. Resta la notte, per sentire ancora la vita scorrere nelle vene. E non rassegnarsi all'idea di finire i propri giorni dentro una cucina puzzolente o dietro il bancone di un bar a servire bombardini.
Con la Sardegna negli occhi, da visione nitida a miraggio sempre più sfuggente.



Claudio, Marco, Antonello. E tanti altri nomi non li ricordo. Ma sono svariate decine, posso assicurarvelo. Credo di aver parlato almeno una volta con ciascuno di loro. Anche per lenire il senso di colpa incontrollabile che mi aggredisce quando, da turista annoiato, incontro un altro sardo che in quello stesso posto suda e fatica per mandare la pagnotta a casa. Nessuno, tra loro, resterebbe a Livigno se la Sardegna garantisse loro un'occupazione meno precaria di quelle che offre al momento.



E così le stagioni scappano via nella speranza che ognuna sia l'ultima, in questo luogo dal clima polare, da dove il mare neppure s'immagina. Questa è la nostra emigrazione. Non è nuova e non è figlia della crisi, perché è sempre esistita. Non guarda solo alle montagne e non riguarda solo i giovani, perché oggi le valigie per partire verso Inghilterra o Australia le trascinano i quarantenni. Anche quelli cresciuti in Costa Smeralda, nell'illusione che per loro un lavoro non sarebbe mai mancato.



È il risultato di decenni di risposte mancate alle domande di sempre. È il frutto marcio di classi dirigenti che ripropongono stancamente loro stesse e il loro deserto di idee, cemento per tre mesi sul mare e ammortizzatori sociali per arginare l'agonia delle fabbriche che muoiono, una dopo l'altra.



Chi si candida per la Regione avrebbe il dovere di chiedere scusa ai nostri emigranti, costretti alla loro condizione per mancanza di alternative.
Il dovere di chiedere scusa, il dovere di offrire una speranza.
Il dovere di essere presenti all'ultimo saluto verso chi, ancora oggi, muore da emigrante.