L'Italia bacata dove la (non) accoglienza è un business

Oggi tutti fanno la faccia feroce, tutti giurano di non aver mai sospettato nulla. Bugia. Da anni si denuncia questa vergogna.

Desk2 19 dicembre 2013
[b]di Flavio Fusi[/b]



Siamo in Italia, e al solito danno ecco dunque accompagnarsi la solita beffa. Si chiama “Lampedusa Accoglienza” (come un qualunque soleggiato Club Mediterranèe) la coop che gestisce il centro dove i malcapitati migranti vengono “disinfestati” a furia di getti di acqua gelida.



Benvenuti in Italia! Il copione è sempre lo stesso. Dei consueti tre atti in commedia (sorpresa, sconcerto, indignazione), l’ultimo è il più pirotecnico. Ed ecco: il ministro degli esteri Emma Bonino si affaccia ai teleschermi con la sua giacchetta etnica e definisce “orripilante” [url"il video trasmesso dal Tg2"]http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=52552&typeb=0&La-vergogna-di-lampedusa[/url]. Forse memore di qualche recente inciampo personale, il guardasigilli Anna Maria Cancellieri ci va con i piedi di piombo: “prima di giudicare va svolta una inchiesta”. La ministra della salute Lorenzin illumina con la sua competenza l’intera vicenda: “le procedure - ha detto – non prevedono persone nude in un capannone e irrorate con il disinfettante...”. E ci mancherebbe.



Tutti licenziati! proclama il ministro degli interni Alfano, che non fa più sconti a nessuno da quando ha sventato lo sgambetto kazhako. Vedremo infine cosa avrà da dire agli sbigottiti colleghi europei il nostro premier “cuor di leone”. Balla la nostra dignità di Paese, e ballano soprattutto i 30 milioni di euro che la Comunità mette a disposizione dell’Italia per l’emergenza migranti.



Oggi tutti fanno la faccia feroce, tutti promettono, tutti giurano di non aver mai sospettato nulla. Bugia. Sono anni che inchieste giornalistiche, denunce politiche, incidenti e proteste descrivono la vergogna rappresentata da questi centri dove non solo i diritti, ma la dignità umana viene calpestata e negata ogni giorno e ogni notte.



Questo è un Paese antico, come sciaguratamente antiche sono le immagini riprese dal telefonino di una delle vittime. Sofferenze e umiliazioni pari a quelle descritte nel vecchio film “Papillon”: l’Italia degli anni Duemila come l’Isola del diavolo, i bagni penali della Guyana francese negli anni Trenta.



Questo è un Paese bacato, dove anche l’accoglienza è un affare, dove cooperative e associazioni di diverso colore si dividono la torta dell’ assistenza ai migranti, dove i rifugiati diventano merce di scambio usata, sequestrata e presa in ostaggio per spremere lauti guadagni.



Questo è un Paese incarognito, dove un capo partito – il padano Matteo Salvini - può permettersi di consegnare alla stampa vergognose battute da angiporto: “basta con i poveri migranti, nessuno li ha invitati, se si trovano male tornino a casa”.



Nel coro dell’ovvio e del banale, nella retorica sparsa a piene mani da una classe politica inetta e poltrona, si distingue ancora una volta la Chiesa di Papa Francesco: “lo Stato indaghi su se stesso, perché rispetto ad altri Paesi gli immigrati in Italia sono pochissimi, ma non siamo in grado di occuparcene”.