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La denuncia non basta per l’assalto a Panebianco

Doppia contestazione al politologo. Nel mirino l'editoriale sulla Libia. La memoria non deve mai compiere salti o dimenticanze colpevoli. Il commento di Nuccio Fava.

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Nuccia Fava per globalist.it

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23 Febbraio 2016


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di Nuccio Fava

La [url”violenza consumata all’università di Bologna”]http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=85484&typeb=0&bologna-nuova-contestazione-a-panebianco-grida-e-lezione-interrotta[/url] contro il professor Angelo Panebianco, insigne politologo e autorevole commentatore del Corriere della Sera, richiede una forte denuncia e una ferma presa di posizione.

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Ma non basta perché la gravità dell’episodio concretizza una offesa alla libertà personale e di insegnamento, insieme all’offesa alla libertà di opinione e di manifestazione del pensiero. Si tratta di una lesione grave ai fondamenti della vita democratica, del confronto tra posizioni anche radicalmente diverse, del loro diritto ad esprimersi e ad essere rappresentate in modo civile.

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Purtroppo Bologna non è nuova a violenze del genere, che del resto si manifestano in modo preoccupante anche a Milano e durante le manifestazioni no-tav. Giocano naturalmente componenti ribellistiche e anarcoidi, metodologie di lotta tipiche dei cosiddetti centri sociali. Non si tratta di situazioni da affrontare solo con misure di polizia e della magistratura, anche se doverose ed indispensabili.

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Ricordo ancora verso la fine degli anni ’60 il clima vivace di dibattito e di dialogo tra giovani di diverso orientamento, di formazione laica e cattolica, di sinistra o di stampo moderato, che animavano un confronto molto vivace sulla riforma universitaria e il suo rapporto con le trasformazioni della società italiana. Fu per me occasione di scoperta di maestri straordinari come Achille Ardigò e Nino Andreatta. Con grande libertà e passione ci aiutarono a comprendere l’urgenza dei grandi cambiamenti necessari per dare un assetto più umano e giusto alle grandi trasformazioni indispensabili all’università ed al Paese. Con l’irruzione del ’68 però ben oltre i suoi aspetti liberatori e positivi, lo stesso movimento studentesco rimase progressivamente stravolto finendo per diventare anche incubatore di violenza e prima teorizzazione della lotta armata. Solo Pasolini avrebbe compreso il carattere distruttivo e fondamentalmente borghese di quel movimento “anti sistema” schierandosi a favore dei poliziotti figli del sud aggrediti e presi di mira dalle prime forme di guerriglia urbana. Ci fu pure l’assalto contro Luciamo Lama all’università di Roma, l’intensificarsi delle imprese terroristiche delle Br, con l’acme raggiunto dalla strage di via Fani e il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Sono passati molti anni ma forse neppure quanti hanno l’età per ricordare fanno memoria di questa travagliata nostra storia recente. Giusto e meritorio tornare a Ventotene, ricordare la lungimiranza e l’attualità di Altiero Spinelli e Sandro Pertini.

Ma la nostra memoria non deve mai compiere salti o dimenticanze colpevoli. Il grave episodio di Bologna insieme all’indignazione e alla condanna richiede una riflessione più profonda. A che serve lo slogan della bella scuola, della nuova università e di migliore ricerca se i nostri ragazzi non si misurano davvero con i valori che fondano la convivenza civile, l’importanza del confronto e della sua ricchezza insostituibile?

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