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Malala: la ricostruzione della Siria parta dagli investimenti nell'istruzione

Il Nobel alla conferenza dei Paesi donatori della Siria: mettere i bambini nelle condizioni di ricostruire il Paese. E il mondo promette 10 mld anche se la guerra continua.

Malala: la ricostruzione della Siria parte dagli investimenti nell'istruzione
Malala: la ricostruzione della Siria parte dagli investimenti nell'istruzione

Desk2

4 Febbraio 2016 - 18.50


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Il premio Nobel per la pace Malala ancora una volta si espone per i bambini siriani. E’ su di loro che bisogna investire per far ripartire la Siria.

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L’intervento. La pakistana Malala Yousafzai, nel suo intervento alla conferenza dei Paesi donatori della Siria che si è tenuta a Londra.

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L’attivista, impegnata per il diritto di tutti all’istruzione, ha invitato la comunità internazionale a “mettere i bambini nelle condizioni di ricostruire la Siria”, impegnandosi a versare 1,4 miliardi di dollari nell’istruzione. “Dobbiamo fare una promessa a questa generazione: metterli nelle condizioni di ricevere un’istruzione così che possano ricostruire la Siria e portare la pace”, ha affermato la 18enne pakistana.

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“Molti hanno iniziato a chiamare i bambini siriani la generazione persa. Ma è sbagliato”, ha aggiunto Malala: “Questi bambini saranno persi solo sceglierete di rinunciare a loro. 1,4 miliardi di dollari per i bambini della Siria è una cifra che il mondo può permettersi.
Perdere questa generazione è invece un costo che il mondo non può permettersi”.

La situazione in Siria. La nazione è annichilita da 5 anni di guerra, anche per far fronte all’incubo di milioni di profughi e sfollati in cui rischia di sprofondare un’intera “generazione perduta” di bambini. Ma sul terreno – dove si contano 250.000 morti – il conflitto continua col suo corredo di orrori, fra interessi e recriminazioni contrapposte.

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La conferenza dei donatori a Londra. La quarta conferenza dei donatori della Siria si è conclusa a Londra – almeno negli annunci – con uno slancio di generosità, secondo quanto sollecitato ai 60 Paesi presenti da ong quali Oxfam, Amnesty o Malala Foundation. In totale vengono messi sul piatto decine di ‘pagherò’ per una somma lievitata alla fine a oltre 10 miliardi di dollari contro i 9 previsti: il doppio di quanto stanziato un anno fa – ma poi solo in parte versato davvero – in Kuwait.

E la pace?Un impegno che non cancella però lo stallo dei colloqui di pace, avviati ieri a Ginevra e subito rinviati al 25 febbraio dall’emissario dell’Onu, Staffan De Mistura, a causa dei dissidi fra il governo di Damasco e i rappresentanti di parte dell’opposizione siriana e delle milizie ribelli, in un festival di accuse e controaccuse che coinvolgono i rispettivi ‘padrini’ (Russia e Iran da una parte; Arabia Saudita, Turchia e Qatar, accanto a Usa e Paesi occidentali, dall’altra). Mentre sullo sfondo le forze di Bashar al-Assad sono all’offensiva e avanzano verso Aleppo grazie al decisivo appoggio aereo di Mosca.

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La Russia. Proprio la Russia è in qualche modo il convitato di pietra a Londra. Da un lato a far pressing c’è chi, come il segretario di Stato Usa, John Kerry, chiede lo stop ai raid di Mig e Sukhoi, ma nel contempo non interrompe il dialogo con Serghiei Lavrov alla ricerca di un accordo per una qualche gestione congiunta di aiuti e magari “corridoi umanitari”. O ancora chi, come il titolare della Farnesina, Paolo Gentiloni, invita Mosca a essere “più costruttiva” senza dimenticare di rivolgere un messaggio analogo a “tutte le parti” in campo. Dall’altro ci sono le requisitorie dei sauditi, ma pure di David Cameron o del ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, che denuncia “l’offensiva brutale condotta dal regime di Damasco con l’appoggio dell’aviazione russa”.

Ma lo scontro vero resta fra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan: con la Turchia che per bocca del premier Ahmet Davutoglu imputa alla Russia d’aver costretto alla fuga a suon di bombe altri 70.000 “civili siriani”. E col Cremlino che replica svelando manovre turche al confine e rinfacciando ad Ankara di voler approfittare della situazione per pianificare “un’invasione”: e regolare i conti con quelle formazioni curde delle quali pochi mesi fa l’Occidente cantava la gesta come estremo bastione contro l’Isis e che a Ginevra hanno stentato persino a trovare un posto a tavola.

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Difficile che in questo contesto gli sforzi economici possano andare oltre la prospettiva di un parziale sollievo a emergenze destinate a perpetuarsi, in mancanza di soluzioni politiche.

Cameron, portabandiera con Angela Merkel di una conferenza dei donatori di cui la Gran Bretagna ha condiviso la presidenza con Germania, Norvegia, Kuwait e Onu, esulta per l’impressionante cifra raccolta. Ma Ban Ki-moon deplora la persistente “mancanza di sufficiente accesso umanitario alle vittime e l’improvvisa intensificazione di bombardanti e azioni militari”.
In attesa che qualcosa cambi non resta comunque che fare la contabilità dei piani d’aiuto più urgenti, laddove é possibile arrivare: medicine, cibo, sostegno al sistema scolastico di quei Paesi vicini in cui si sono ammassati fra 4 e 5 milioni di rifugiati siriani (Libano, Giordania, Turchia) e a cui si chiede adesso di dare uno straccio d’istruzione a una schiera di bambini in fuga.

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Nella corsa ad aprire i cordoni della borsa, s’impone ancora la Germania firmando una ‘cambiale’ triennale da 2,3 miliardi di dollari, seguita dalla Gran Bretagna padrona di casa che ne promette 1,6 (con i quali Cameron confida anche di rallentare il flusso di migranti verso l’Europa). L’Ue in quanto tale – fanno sapere Donald Tusk e Federica Mogherini – aggiunge 3 miliardi.

Quanto all’Italia, Gentiloni stacca un assegno da 400 milioni fino al 2018, fra donazioni, “soft loans” e cancellazione di debiti: non poco se paragonati ai 925 milioni annunciati da Kerry a nome del gigante Usa; “uno sforzo straordinario”, nota il ministro, se si considera che nel 2015 gli aiuti umanitari disponibili per la Siria erano stati pari a 25 milioni.

 

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