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La strage di Bologna: 36 anni di democrazia del segreto

Trentasei anni fa la strage di Bologna. Un'occasione per riflettere sulla storia recente del nostro Paese fatta di opacità e di sovranità limitata. [Antonio Cipriani]

Strage di Bologna
Strage di Bologna

Antonio Cipriani

2 Agosto 2015 - 23.07


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di Antonio Cipriani

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La storia recente del nostro Paese è fatta di opacità, più che di complotti. Un’area grigia in cui le cose si sanno a pezzetti, filtrate da inchieste giudiziarie che da sole non possono certo spiegare il mondo, da segreti che si tramandano in un sistema che ha fatto del depistaggio e del mistero la ragione della propria invincibilità. E delle declinazioni mediatiche culturali che ne hanno amplificato l’effetto.

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Democrazie del segreto. Come altro chiamare questa zona di invisibilità in cui il potere agisce sempre più allo scoperto, con sempre più arroganza, stabilendo il principio – accettato passivamente – che solo alcuni detengono il sapere e lo trasformano in azione e potere; gli altri votano, comprano, protestano per il degrado, governano città, Paesi interi. Senza possedere le chiavi per la verità. Perché queste chiavi non servono più, le nostre democrazie sono costruite sul vuoto di memoria, sulla rimozione delle cause che hanno sconvolto le nostre vite, con le stragi, il terrore, le mafie, i piduismi. Sono costruite sulla facciata della democrazia in cui il cittadino delega alla politica la propria libertà, le scelte e l’accesso alla verità stessa. Una delega sterile, visto che il governo sovranazionale finanziario ha espropriato i Paesi della propria sovranità, come il governo militare e spionistico sovranazionale ha da sempre considerato il segreto come base strategica per gestire gli affari di potere senza troppe rotture da parte dei cittadini stessi.

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Chi si adegua governa. Chi non si adegua cade. Quindi chi governa gestisce solamente la facciata, niente di più. Lo dimostra la nostra storia recente: non c’è stato alcun premier in grado di mettere mano sul vento di sangue ed eversione che ha destabilizzato il nostro Paese per decenni. E che continua ad agire indisturbato, neanche più – come dicevamo un tempo – per l’esistenza di un doppio stato. Ma perché lo stato ha abdicato ai suoi compiti. Ha rinunciato alla sovranità e alla verità. Agisce sulla parte bassa della vita comunitaria, senza giustizia civile, diritti, etica e conoscenze condivise. In uno spazio che rivendica decoro e accetta il degrado morale, che si allarma per i migranti e combatte i poveri. In cui eguaglianza (con tutte le declinazioni di significato, compresa la parte che riguarda l’accesso per tutti a conoscenze e verità) è contrapposta a libertà individuale. Sfrenata per i ricchi, una classe dirigente priva di etica e senza vergogna; ansiosa e senza prospettive di cambiamento per gli altri. Libertà intesa come privilegio di chi ha status socioeconomico elevato che, dopo anni di vuoto politico e culturale, è riuscita a imporre ai cittadini la battaglia del decoro, dei penultimi contro gli ultimi.

Oggi è il 2 agosto. Non sembri pessimismo, è realismo. Tempo fa ho scritto proprio in occasione della strage di Bologna: “Nella coscienza civile del Paese passa una scossa fatta di memoria, di testimonianze, di commemorazioni. Per non dimenticare. Per continuare ad esercitare quindi il diritto dei cittadini a sapere perché queste persone sono morte. Per mano di chi e soprattutto chi ha armato quella mano, in quale strategia, per quali fini. Non dimenticare non solo come ricordo dovuto alle vittime, ma per tenere accesa la speranza che i nostri figli sappiano su quali macerie camminano. Possano un giorno sapere quali meccanismi di potere hanno fatto sì che il nostro Paese fosse attraversato da una simile ondata di violenza e morte, da ogni fenomeno eversivo conosciuto: dal terrorismo nero a quello rosso, dallo stragismo al golpismo, passando per le mafie e per altre forze oscure attive nei decenni per vincolare la democrazia, per impedirne lo sviluppo. Per limitare la sovranità. Oggi più che mai attraversiamo il sentiero stretto di questa democrazia incompiuta. Oggi più che mai l’opacità di forze oligarchiche, estranee alla dialettica politica e alla democrazia che immaginavamo, ci appare più presente, più incisiva. E determina scelte nazionali, grandi opere, azioni militari, operazioni umanitarie a suon di bombe, decisioni economiche suicide che indeboliscono il Paese e lo rendono ostaggio di chissà quali poteri. Oggi più che mai la fragilità della nostra democrazia appare evidente, crinata da qualcosa di ineffabile, di non raccontato fino i fondo, senza gli anticorpi della partecipazione, dell’informazione, della cultura”. Ed ancora: “Lento costante piduismo che si è nascosto tra le pieghe della società e l’ha innervata. Che rabbia ripensare agli anni Novanta, alla gioiosa macchina da guerra che ha cominciato a dimenticare come il futuro della nostra libertà si basasse sulla verità condivisa da tutti e non da pochi. Come spesso accade nella storia, dietro l’illusione rivoluzionaria di Tangentopoli, dietro la certezza della sinistra di avere ormai il governo nelle mani, è passata silenziosamente una restaurazione con tanto di annichilimento culturale. Con tanto di arrivo sulla scena del ventennio berlusconiano. E si è perso, soprattutto nell’informazione, il senso critico. Sono andati avanti gli accomodanti di tutte le stagioni, i cantori del modernismo senza radici politiche e culturali. E anno dopo anno ci ritroviamo a testimoniare il desiderio di una verità che non c’è. A camminare sulle macerie di quello che poteva essere e non è stato. Ma senza arrendersi, questo è ovvio. Se proprio uno voleva arrendersi poteva farlo, rinunciando alla dignità, quando era semplice e compatibile politicamente farlo: ma ci deve essere pur sempre chi, con gentilezza, preferisce di no”.

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Chi preferisce di no. Con questo mi piace concludere questo lungo testo che parla di democrazia e opacità del potere. Con la certezza che ogni potere, sebbene sproporzionatamente forte e organizzato come questo, non possa essere per sempre e che c’è ancora la possibilità di resistere e di abbatterlo. Con la necessità che anima da sempre il nostro genere umano: che alla violenza subentri verità. Per far sì che le conoscenze possano germogliare in idee di rivoluzione, fuori dai format, con creatività e libertà senza catene. Per questo dedico queste mie parole alle donne e agli uomini che si battono per affermare i diritti di tutti a essere liberi, i diritti di tutti ad avere accesso alle conoscenze e a condividerle.

 

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