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Piazza della Loggia: ergastolo ai due fascisti

A 41 anni dalla strage, la sentenza della Corte d'assise d'appello di Milano, per Maggi e Tramonte. Accolta la richiesta di pena dell'accusa.

Piazza della Loggia: ergastolo ai due fascisti

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22 Luglio 2015 - 21.28


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Sono stati condannati all’ergastolo secondo la sentenza del processo d’appello bis, l’ex ispettore veneto di Ordine Nuovo Carlo Maria Maggi e l’ex fonte ‘Tritone’ dei servizi segreti Maurizio Tramonte, artefici della strage di Piazza della Loggia che il 28 maggio del 1974 causò otto morti e un centinaio di feriti, nel corso della manifestazione antifascista in pieno centro.La Corte d’appello ha accolto la richiesta del pg Maria Grazia Omboni, che aveva chiesto l’ergastolo per entrambi.

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Dopo la lettura della sentenza i familiari delle vittime presenti in aula sono scoppiati in lacrime. Il verdetto viene definito «decisivo per la storia del Paese» da Manlio Milani, presidente dell’associazione familiari vittime della stage di piazza della Loggia. «E impone una profondissima riflessione su quegli anni dal ’69 al ’74», ha aggiunto Milani, che quel giorno di quasi 41 anni fa perse la moglie.

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«L’esito è il premio per un impegno, quello della Procura di Brescia, che non è mai venuto meno in tanti anni», ha spiegato il giudice di Milano Guido Salvini, autore delle inchieste sulle trame nere. «Se la Procura di Milano avesse fatto altrettanto, credo che sarebbe stato possibile andare anche per piazza Fontana al di là di quella responsabilità storica che comunque le sentenze hanno accertato in modo indiscutibile nei confronti delle stesse cellule di Ordine Nuovo al centro del processo per Piazza della Loggia», ha aggiunto.

Erano le 10.12 del 28 maggio 1974 quando in piazza della Loggia a Brescia, cuore del dibattito politico della città, durante una manifestazione antifascista indetta dai sindacati, una bomba provocò la morte di otto persone e il ferimento di altre 100.  

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Le tappe giudiziarie della vicenda

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2 giugno del ’79

I giudici della Corte d’assise di Brescia condannano all’ergastolo Ermanno Buzzi e a dieci anni Angelino Papa mentre assolvono gran parte delle 16 persone incriminate dal pm Francesco Trovato e dal giudice istruttore Domenico Vino o li condannano a pene inferiori ma per detenzione di esplosivi o per altri attentati.


18 aprile 1981

Buzzi, personaggio in bilico tra criminalità comune e neofascismo, è strangolato dai “camerati” Mario Tuti e Pierluigi Concutelli nel supercarcere di Novara. I due motivarono l’omicidio con il fatto che Buzzi fosse «pederasta» e confidente dei carabinieri ma il sospetto è che temessero fosse intenzionato a fare dichiarazioni nell’imminente processo d’appello.


2 marzo 1982

I giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia assolvono tutti gli imputati compreso Angelino Papa; nelle motivazioni definiranno Buzzi «un cadavere da assolvere».


30 novembre 1984

La Cassazione annulla la sentenza di appello e dispone un nuovo processo per Nando Ferrari, Angelino e Raffaele Papa e Marco De Amici.


23 marzo 1984

Il pm Michele Besson e il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi aprono la cosidetta “inchiesta bis”. Imputati i neofascisti Cesare Ferri, il fotomodello Alessandro Stepanoff e Sergio Latini. La nuova pista è aperta dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti tra cui Angelo Izzo.

20 aprile 1985

La Corte d’assise d’appello di Venezia, davanti alla quale è celebrato il nuovo processo di secondo grado, assolve tutti gli imputati del primo processo bresciano.


23 maggio 1987

I giudici di Brescia assolvono per insufficienza di prove Ferri, Latini e Stepanoff. Ferri e Latini sono assolti anche dall’omicidio di Buzzi che, secondo i pentiti, avrebbero fatto uccidere perche non parlasse.


25 settembre 1987

La Cassazione conferma la sentenza di assoluzione dei giudici della Corte d’appello di Venezia e pone fine alla prima inchiesta sulla strage.


10 marzo 1989

La Corte d’assise d’appello di Brescia assolve, questa volta con formula piena, Ferri, Stepanoff e Latini.


13 novembre 1989

La prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, conferma e rende definitive le assoluzioni di Ferri, Stepanoff e Latini. I primi due saranno anche risarciti per la carcerazione subita.


23 maggio 1993

Il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi proscioglie gli ultimi imputati dell’inchiesta bis. Quello stesso anno sarebbe cominciata la terza inchiesta, sfociata nel processo per cui è prevista la sentenza a fine novembre.


16 novembre 2010

I giudici della Corte d’assise di Brescia assolvono tutti i cinque imputati (Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Francesco Delfino e Pino Rauti). L’assoluzione è intervenuta in base all’articolo 530 comma 2 assimilabile alla vecchia insufficienza di prove. Revocata la misura cautelare nei confronti dell’ex ordinovista Delfo Zorzi che vive in Giappone.

14 aprile 2012

La Corte d’assise d’appello di Brescia ha assolto Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte e il generale dei carabinieri Francesco Delfino. In primo grado, il 16 novembre 2010, i 4 erano stati assolti con formula dubitativa.

21 febbraio 2014

La Corte di Cassazione annulla le assoluzioni di Maggi e Tramonte e conferma quelle di Zorzi e Delfino. Viene così istruito un nuovo processo d’appello contro Tramonti e Maggi.

22 luglio 2015

I giudici della Corte di assise di appello di Milano hanno condannato all’ergastolo Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte


“Condannati!!!! La strage di Brescia non è più impunita!”, ha scritto a caldo sul suo profilo facebook Benedetta Tobagi…
A seguire il testo tratto dal suo libro “Una stella incoronata di buio”, (Einaudi) che racconta l’attentato di Piazza dela Loggia, le storie delle vittime, i depistaggi infiniti.

di BENEDETTA TOBAGI

L’Italia delle stragi mi fa pensare a una famiglia borghese che nasconde segreti innominabili come un abuso, un incesto o altri crimini vergognosi. Se anche il segreto viene alla luce e il velo d’ipocrisia si squarcia per un momento, ben presto lo schermo si ricompatta. Tutti cercano strenuamente di negare, di nascondere, di tacitare, di minimizzare la propria complicità fino all’ultimo istante, e dopo, denudati davanti all’oscena irrefutabile evidenza, si affrettano a coprire il tutto, relegando la tragedia fra i panni sporchi da non lavare in pubblico. La vita deve continuare. Bisogna salvare la famiglia, le apparenze, il buon nome delle istituzioni, la ragion di Stato. Bisogna capire. Era una situazione particolare, c’era la guerra fredda, i colpevoli – chi sono, poi? – agivano nell’interesse superiore della sicurezza nazionale, meglio una manciata di morti casuali che decine di migliaia in una guerra civile. Voltiamo pagina.

In questo meccanismo perverso le vittime innocenti sono condannate a una solitudine infinita. Il trauma delle stragi impunite, confinato nel silenzio, coltiva un tumore nel corpo della società. Nessuno, beninteso, se non due vecchi estremisti di destra, si permetterebbe mai di dire apertamente che la gente se ne frega di sentir parlare delle bombe. Per carità, con tutti quei morti, pietà cattolica non lo consente. Per depotenziare il trauma, scatta un meccanismo di rimozione più efficace. Si lascia che gli orrori galleggino in una nebbia lattea di indeterminatezza in cui tutto resta astratto, sospeso, sterilizzato. Emerge giusto qualche scoglio, qualche nome, frammenti di cronaca ripetuti come un mantra. Gherardo Colombo, un uomo che sa scegliere le parole con grande cura, nel volume autobiografico Il vizio della memoria conia una formula perfetta. “Solenni ovvietà”, così chiama tutte quelle cose terribili che “si sanno” ma senza conoscerle davvero, ciò che tutti hanno orecchiato prima o poi, magari indignandosi brevemente, ma resta lì, sospeso nel vuoto.

Fatti pesanti come macigni, ridotti alla stregua di isole disperse. La traccia dei collegamenti si affievolisce e si perde nel ricordo, fino a che diventano grumi illeggibili cui è difficile, e spiacevole, pensare. Meglio lasciar perdere: tanto, per fortuna, è passato. È lontano. Oppure, è solo l’ennesima prova che è tutto uno schifo e non vale la pena di tornarci su. La storia di ogni strage è complessa, un labirinto pieno di false tracce e vicoli ciechi in cui è facile perdersi (non bisogna lasciarsi sviare dall’immagine addomesticata dei labirinti di siepi ben disegnati che adornano i giardini delle ville aristocratiche: la strage somiglia piuttosto al dedalo originario, dimora del Minotauro, mostro divoratore di innocenti che, una volta gettati dentro, non avevano scampo). È difficile ritesserne le fila. Allora si semplifica. “Strage impunita” è un marchio che funziona. Sui giornali e in Tv, solo le assoluzioni continuano a fare notizia, molto più dell’incriminazione o persino della condanna in extremis di qualche criminale di mezz’età di cui nessuno sa niente. Le stragi impunite sono ridotte da tempo a una litania inoffensiva, “perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera…” cantava Gaber con lapidaria ironia in Qualcuno era comunista.

Una fiammata d’indignazione e una lacrima. Un luogo e tutt’al più una cifra, il numero dei morti: come le vecchie targhe delle macchine, o le sigle dei taxi, Milano 17, Brescia 8, Bologna 85… Risuonano appelli rituali ormai logori, “abolire il segreto di Stato”, “scoprire i mandanti”, mentre in questo magma indistinto muore d’asfissia la fiducia dei cittadini verso lo Stato.

Parole, elencazioni, evocazioni. Pochissime immagini. Ecco, alla storia delle stragi impunite manca persino un immaginario a cui appigliarsi per ricominciare a pensare. Non esiste l’equivalente della foto del ragazzo con la P38 in via De Amicis, a Milano, divenuta simbolo degli “anni di piombo”, ed è logico: i colpevoli sono per lo più senza volto. Ma nemmeno il corrispettivo del Moro prigioniero che regge un quotidiano davanti allo stendardo delle Brigate rosse. Le immagini delle stragi sono prive di esseri umani. […] Il 28 maggio 1974 consegna il proprio racconto ai volti degli uomini. A Brescia non è avvenuta la più grande delle stragi, né la più nota. Ma è diversa dalle altre, per tanti motivi, e lo si capisce già dalle fotografie. “Strage col più alto tasso di politicità”, è stato detto: perché la bomba colpì una manifestazione antifascista. Le immagini di piazza della Loggia dopo l’esplosione brulicano di persone. Gente che grida, corre, scappa, piange, resta impietrita. Manifestanti che soccorrono le vittime.

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