I giovani devono invecchiare (ad una settimana dalla tragedia di Orune)

La tragedia del giovane di Orune, il mistero dell’altro ragazzo di Nule per il momento dato per scomparso, hanno acceso un dibattito che non si spegne.[Mario Salis]

I giovani devono invecchiare (ad una settimana dalla tragedia di Orune)
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16 Maggio 2015 - 18.54


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di Mario Salis

Quel che si pensa non si dice, ciò che si dice non si scrive e non sempre si crede dopo averne scritto. Nelle asimmetrie della società interconnessa può succedere. Valide ragioni od alibi inconsistenti si contendono improbabili giustificazioni. La tragedia del giovane di Orune, il mistero dell’altro ragazzo di Nule per il momento dato per scomparso, hanno acceso un dibattito che non si spegne a distanza di una settimana.

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Scrivere della vita o della morte, può sembrare un atto di presunzione, ma è un rischio che si deve correre, un dovere che la comunità deve assolvere, anche quando può sembrare una tardiva riparazione per non aver saputo vedere in tempo, capire, eventualmente intervenire.

Farsene una ragione anche quando quelle di una vita si dissolvono col tuono degli spari, addossarsi responsabilità anche se indirette può diventare un atto di coraggio sociale, a costo di sfidare l’intolleranza ed il cinismo che pervade il confronto nei media, laddove i mi piace non fanno distinzione tra la vita e la morte come gli applausi quando mettono a tacere il silenzio nei funerali.

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Le indagini si addentrano nella pista investigativa che non sembra riservare ulteriori colpi di scena se non ricomporre le tessere complesse dell’ipotesi probatoria. La scena del crimine è un luogo fisico ben preciso che racchiude le combinazioni di un evento delittuoso, ma non può essere estesa all’area geografica di un’intera regione o di altre zone delimitate. Il totale dell’inquadratura non si allunga nella macchina investigativa che pure nulla dovrebbe escludere o tralasciare, con l’ausilio della sua dettagliata banca dati. I media invece sembrano dar fondo ai propri archivi anche se datati.
È così che ricompaiono: il Codice della vendetta barbaricina di Antonio Pigliaru, gli atti della Commissione di inchiesta sulla criminalità in Sardegna, Ignazio Pirastu e il Banditismo in Sardegna – 1973; perfino una celebrata filmografia d’autore come “Banditi a Orgosolo” di Vittorio De Seta che debuttando nel 1961 al Festival di Venezia si aggiudica il Premio come opera prima. Un lungo elenco di studi, analisi che se non hanno dato lustro all’Isola hanno ricercato ed evidenziato con rigore scientifico ed artistico un dramma sociale che qualcuno firmato Ricciardetto pensò di risolvere dalle autorevoli pagine di Epoca, diffuso rotocalco meneghino, con l’impiego dei defolianti, gli stessi usati nella guerra del Vietnam. Correva l’anno 1970, solo il 24 aprile.

Ma resta un titolo, solo il titolo, “la Società del malessere” di Giuseppe Fiori a riportarci ai giorni nostri. Ma chi si sognerebbe oggi di usare lo stesso sostantivo del noto giornalista sardo del TG2. Ora si chiama disagio sociale e per giunta borderline, quindi una complicazione molto più grave di uno stato generale di malessere e dagli sviluppi imprevedibili.
La cronaca quotidiana ci ha abituato alla follia di un attimo, quando si uccide per un apprezzamento o uno sguardo non gradito, ma anche per il furto di un motorino, un cellulare o di un capo griffato, di un cane come di un cavallo, a Capranica così come a Caracas, a Detroit o New Orleans.

Sa balentia è un concetto storicamente travisato, l’impiego delle armi rappresenta il contrario del coraggio a mani nude. Il fatto che ne circolano troppe avrebbe dovuto far scattare l’allarme da tempo, capita che spuntano perfino nel corso di una disputa sportiva senza premi in palio, con l’emblematico scarrellamento del colpo in canna, accompagnato dall’imberbe e sgrammaticato: problemi ci sono? Subire i furti in silenzio di animali vivi o di altre cose proprie, non avere la pur minima tentazione di bussare alla locale stazione dei Carabinieri, quando già alle diciotto del pomeriggio è rimasto in solitudine con la tua impotenza il pulsante rosso che ti mette in contatto col Comando Compagnia, a quindici o trenta chilometri di distanza. E se gli occhi hanno già visto, quanto tempo resta alle orecchie per sentire? Sembrerebbe un’altra storia, lo è infatti, ma è un disagio che potrebbe evolversi in dramma, come è già successo.

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L’eros e la morte fanno parte della nostra specie come l’amore e l’odio, in mezzo stanno i valori: imposti, controversi, condivisi, tramandati. Appunto chi li deve trasmettere oggi in un corto circuito tra giovani ed adulti, che passa anche attraverso precise scelte di mercato, nel mondo stesso del lavoro che non c’è.

Se i vecchi si dichiarano fuori luogo quello dei giovani può ridursi alla velocità ed alla competitività? Secondo Benedetto Croce che forse giovane non lo è mai stato “la cosa migliore che possano fare i giovani è invecchiare”. Un mutuo sostegno non può che far bene ad una società spesso vittima delle sue certezze, dove l’assenza dei valori precipita nel vuoto coinvolgendo giovani e meno giovani, senza mediare l’aggressività del genere umano che esplode con la sua devastante esuberanza.

Ma chi deve trasmettere i valori in una comunità? Nella rete talvolta abbondano le esagerazioni ma si trovano anche cose giuste e sensate come quando Salvatore risponde ad Emiliano: “io a Meana chiamavo “zio” tre quarti degli abitanti, praticamente chi aveva più di vent’anni di me. E mi hanno trasmesso valori. Noi siamo gli adulti soggetti di questa nuova crociata, ma abbiamo poco tempo”.

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Quattro mesi di tempo per pensare li trascorse Faber all’Hotel Supramonte: “passerà questa pioggia sottile come passa il dolore ma dove dov’è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore”.

Ma è un’altra storia, complicata, sbagliata come quella scritta per Pier Paolo Pasolini che con la sua prosa riusciva a vedere a capire gli errori del difficile mestiere di vivere e di scrivere, ciò che oggi ci manca di più sul piano culturale e sociale. Nell’Isola delle storie vivono ancora tanti poeti, loro lo sanno dov’è finito il tuo cuore.

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