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Energia. Quale futuro per il Sulcis?

Il problema principale di una delle aree più depresse – economicamente parlando - del mondo occidentale sembra essere diventato quello delle canne.

Energia. Quale futuro per il Sulcis?

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27 Gennaio 2015 - 10.27


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di Gianluigi Torchiani

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Il problema principale di una delle aree più depresse – economicamente parlando – del mondo occidentale sembra essere diventato quello delle canne. Non stiamo parlando naturalmente di droghe leggere ma delle canne vere e proprie, questi pericolosissimi arbusti pronti a stravolgere per sempre il territorio e la vita del Sulcis iglesiente e dell’intera Sardegna, contro l’interesse dei sardi e per il volere di Roma. Questa perlomeno è l’interpretazione che, da qualche mese a questa parte, si legge sui principali organi di informazione regionale a proposito dell’intento della società Mossi e Ghisolfi di costruire un impianto di chimica verde da costruire nell’area industriale di Portovesme, a ridosso della fabbrica dell’Alcoa, alimentandolo per l’appunto con piantagioni locali di canneti. Le cose, come spesso accade nel mondo, anche per questo progetto non possono essere ridotte al bianco e nero, al contrasto puro e semplice tra colonizzatori e colonizzati e tra speculatori e schiavizzati.

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C’è chi ha paragonato questo caso agli insediamenti petrolchimici degli anni Settanta. È però evidente che, per quanto le canne (non certo una specie non autoctona, tra l’altro) possano impoverire un terreno agricolo e consumare acqua, il loro impatto “ambientale” non potrà mai essere pari a quello delle lavorazioni del petrolio vecchio maniera.

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Senza bisogno di fare gli avvocati difensori non richiesti, Mossi e Ghisolfi è una delle capofila universalmente riconosciute della green economy italiana, uno dei settori su cui tutti i politici sardi dicono di voler investire, almeno a parole. Stiamo parlando ovviamente di una società privata che mira a fare profitti, ma non certo di una sconosciuta realtà fittizia con sede fiscale nelle Barbados, della serie “prendi i soldi e scappa”

Sul tema biocarburanti si fa molta confusione in questi giorni. Quello che dovrebbe essere chiarito è che innanzitutto la produzione di biocarburanti è un obiettivo europeo, così come lo sono la costruzione di impianti rinnovabili per la produzione elettrica (eolico, fotovoltaico, ecc). Dunque, se l’Italia non dovesse centrare i suoi obiettivi sarebbe sottoposta a sanzioni, che pagheremmo noi cittadini. Vero che il tema biocarburanti è particolarmente complesso, perché è stato sostanzialmente provato che quelli di prima generazione (prodotti da materie prime alimentari) avevano un impatto sia ambientale che sul prezzo delle derrate alimentari. Per questo l’Europa ha optato per una correzione di rotta, recentemente, ma proprio per favorire quelli prodotti da materie prime non alimentari, quelli che cioè dovrebbero essere prodotti dallo stabilimento sardo.

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L’aspetto paradossale è che le critiche riguardino le modalità di approvvigionamento della materia prima in questione. Che si ispira al principio della filiera corta, ossia che le materia prima sia raccolta localmente, in modo da evitare inquinanti viaggi di tonnellate di materiale dall’estero e aumentare i vantaggi per il territorio circostante (derivanti dal maggiore impiego di personale, ecc)

Non esiste nel caso in questione una requisizione pubblica dei terreni agricoli per far posto ai canneti, quanto piuttosto si tratterà sempre di una libera vendita dei privati a un altro privato.

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Il punto più controverso della intera vicenda, invece, è sostanzialmente taciuto dai media isolani o comunque poco enfatizzato. Ossia il fatto che per l’impianto di Portovesme il 55% dei fondi sarà assicurato da prestiti pubblici a 8 anni a tasso agevolato. Dunque altri finanziamenti pubblici. Che per un’attività d’impresa non è certo il massimo.
Le canne, insomma, non sono certo il problema del Sulcis e della Sardegna, che di gatte da pelare, ne hanno – ahinoi – ben altre.

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