Sono 1.109 i giornalisti uccisi dal 1992

Lorenzo Cremonesi, in un articolo sul Corsera, ha fatto il conto dei giornalisti uccisi negli ultimi 20 anni: sono ben 1.109. Assassini quasi sempre impuniti.

Sono 1.109 i giornalisti uccisi dal 1992
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22 Gennaio 2015 - 15.24


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Ci sono Paesi dove uccidere un giornalista è più facile che bere un bicchier d’acqua. Altri dove non lo è, eppure i giornalisti vengono uccisi egualmente. I colleghi di “Charlie Hebdo” sapevano di essere minacciati, ma non pensavano che per i loro assassini sarebbe stato tanto semplice mettere in atto il loro piano criminale.

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La verità è che sino a quando non ci si sta davvero in mezzo e diventa troppo tardi uscirne, il giornalista in genere è troppo preso dalla storia che vuole raccontare (o riprendere, fotografare) per pensare troppo alla sua morte. Spesso si illude che “comunque capiterà ad altri, non a me che sono solo uno spettatore”.

I giornalisti vanno dove gli altri scappano

Qui ne parliamo per il semplice fatto che siamo un giornale di giornalisti. Ovvio che altri rischiano la vita nelle zone di conflitto: operatori umanitari, diplomatici, funzionari dell’Onu e delle grandi organizzazioni internazionali. La differenza sta nel fatto che quasi sempre i giornalisti vanno dove gli altri scappano, è una delicata sfida con la sorte. Senza contare gli assassinati per motivi politici, ricercati, minacciati, eliminati perché testimoni scomodi.

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1.109 colleghi uccisi dal 1992

Ma proprio i fatti delle ultime settimane tornano a puntare il dito contro il fenomeno dei giornalisti uccisi. Un numero spropositato: 1.109 dal 1992. Questi sono i dati accertati, la cifra reale rischia di essere più alta. Si scopre che quasi sempre nei Paesi di crisi i più colpiti sono i reporter locali. Nell’Iraq dal 2003 al 2009 i morti sono stati 139, 128 uomini e 11 donne. Di loro, 117 erano cittadini iracheni, 13 europei, 2 americani. La grande maggioranza, una novantina, sono stati assassinati. Cioè non sono finiti inavvertitamente su di una mina, non si sono trovati per caso al posto sbagliato nel momento sbagliato. Ma qualcuno li ha seguiti, pedinati, presi di mira per il semplice fatto che intendeva eliminarli e al momento a lui più consono per restare anonimo ha premuto il grilletto. Gli anni più sanguinosi sono stati quelli della guerra civile 2006-7: 62 decessi in tutto.

E gli assassini restano impuniti

Stupisce quanto gli assassini abbiano potuto operare nella più completa impunità. Lo sono stati in 649 casi. Viene in mente Anna Politkovskaya, la reporter russa eliminata a 48 anni il 7 ottobre 2006, i cui reportage denuncia sulla repressione delle truppe russe in Cecenia, l’uso sistematico della tortura contro civili e comunità intere, davano un grande fastidio al regime di Putin. Oppure la storica inviata del Sunday Times, Marie Colvin. Classica reporter di guerra coerente sino all’eccesso. Decisa sempre e comunque a raccontare gli orrori del fronte. Marie è morta il 22 febbraio 2012 a 55 anni assieme al fotografo francese Rémi Ochalik (3 altri giornalisti sono rimasti feriti) sotto i bombardamenti delle truppe lealiste del regime di Bashar Assad nella cittadina siriana di Homs. Ricordare serve a scrivere la storia, darle una prospettiva critica. E’ bene dunque anche tenere a mente che per portare in Libano i corpi dei due morti e i feriti persero la vita almeno undici ribelli siriani. Probabilmente tanti dei loro compagni oggi militano con lo Stato Islamico e con i ribelli radicali che danno la caccia ai reporter stranieri e vorrebbero tagliar loro la testa. Sono trascorsi meno di tre anni e in Siria la situazione è totalmente mutata.

(Fonte: Lorenzo Cremonesi: Corriere della Sera)

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